29 maggio 2022

Approfondimento Daniele Del Giudice


Il libro del mese di aprile, Atlante Occidentale di Daniele del Giudice, ci ha fatto conoscere un autore molto interessante che è stata una rivelazione per alcuni e una conferma per altri. Alcuni di noi non hanno resistito alla tentazione di andare oltre a quell'Atlante e leggere altri libri e altre sue testimonianze.

Raccogliamo con piacere quella di Patrizia

"Staccando l'ombra da terra"

Ogni racconto di quest'opera  diventa territorio circoscritto di una particolare esperienza di volo in un  crescendo continuo tra tempo passato e tempo presente. Il libro è un viaggio a ritroso  nell'infanzia dell'autore quando ha origine il suo interesse per "le Cose", la sua predisposizione  per la meccanica degli oggetti e la passione per il volo. Un ritorno anche ai tempi  eroici degli aerosiluranti e degli aviatori della seconda guerra mondiale quando dalla conoscenza del pilota dipendevano gli esiti delle missioni aeree e i destini degli uomini.

Se uno dei nodi centrali di tutta l'opera di Del Giudice è il rapporto dell'uomo con le cose che lo circondano anche le emozioni che in questo rapporto nascono, giocano un ruolo non secondario. Tecnica e sentimento dunque apparentemente inconciliabili si fondono in un legame intenso che si fa letteratura.  L'autore,  raccontandoci il suo desiderio infantile di essere un aeroplano, non tralascia quel "sentimento di responsabilità" che la cosa-aeroplano sente nei confronti degli esseri umani che trasporta. Anche nelle azioni aeree della Regia Aeronautica  descritte nel dettaglio, l'autore non dimentica di raccontare gli uomini e il loro voler essere gruppo, equipaggio con uno spirito antidivistico che era "la loro misura sentimentale".

Un passato quindi in cui le vicende dei piloti  generavano un' energia che mischiava insieme capacità tecnica, paura, euforia, senso del dovere, ma è nel presente che l'autore guarda quando si chiede quale significato abbia oggi,  nell'epoca dell'elettronica e dell'automatismo  "diventare piloti" e che senso abbia la conoscenza del pilota.

Sembra che qui la risposta rimanga sospesa, nascosta tra le righe, nel passaggio sottile che va dall'esperienza del volo all'esperienza della vita. I bei racconti "Fino al punto di rugiada" e "Manovre di volo" aprono a prospettive più intime e personali.  Volo e Vita messi a confronto dunque tra similitudini e differenze. E così:

"Ti perdesti una mattina in volo come ci si  perde nella vita...scivolando a poco a poco nel non trovarsi più..."

Anche il linguaggio  usato, importato dalla tecnica e dai manuali si arricchisce  di nuovi significati e nuove percezioni, facendosi più poetico e forse a tratti intimista quando il volo diventa viaggio interiore nel mondo dei sentimenti. 


26 aprile 2022

Gruppo di lettura _ Mese di febbraio: Notte tenebricosa di Giorgio Manganelli

Titolo: Notte tenebricosa

Autore: Giorgio Manganelli

Editore: Graphe.it

Con testo di Lietta Manganelli

Anno 2021

Per il mese di febbraio il nostro capogruppo  Oreste Sabadin ci  ha proposto la lettura di "Notte tenebricosa" di Giorgio Manganelli. Abbiamo accolto la sua sfida per un'opera che non è di facile lettura, ma che abbiamo apprezzato, alcuni con qualche perplessità, per lo straordinario contenuto immaginifico che essa contiene. Attraverso il proliferare di immagini visionarie Manganelli costruisce la sua versione del destino tragi-comico dell'uomo, ricorrendo  alla poesia, alla fantasia, alla religione, ai miti.

 Nel suo mondo non esiste la dicotomia male/bene, Dio/diavolo, ma  al suo posto regna sovrana l'ambiguità fatta  di figure "sghembe", empie e sacre al tempo stesso. 
Il Paradiso/Inferno manganelliano è abitato da angeli- demoni come Eleuterio e  Asmodeo e da mediatori come il grottesco Avvocato che mantengono rapporti con entrambi i mondi, funzionari di Dio, ma che  strizzano l'occhio anche  ai diavoli.
Paradiso e Inferno sono quindi immagini speculari e l'uomo è destinato come in una giostra, ora alle delizie del primo, ora allo strazio del secondo senza alcun merito né logica. 

Un Manganelli piu' poetico che ironico, auspica  a una religione del futuro che predichi la caduta del muro del paradiso e di quello dell'inferno affinché ci possa essere scambio dei rispettivi ospiti attraverso tunnel, metropolitane e sopraelevate perché:
"forse vi sono pregi  nel porcellanato empireo e nel cromaticamente intenso inferno, bellezze che non vanno né obliate né perdute."

Il libro si apre con numerose metafore culinarie (e qui l'ironia regna sovrana) in cui il cosmo sembra debba trasformarsi tutto in cibocommestibile. Ecco che l'esistenza del genere umano con le sue tribolazioni è solo un lungo processo di maturazione, stagionatura e cottura per trasformare l'uomo alla fine, "in degno cibo per gli dei".


E in tutto questo che cos'è  la "Notte tenebricosa"? La figlia Lietta definisce la Notte: "luogo privilegiato dell'anima", molto caro a Manganelli.
In un mondo a gambe all'aria, privo di qualsiasi metro di valori, la Notte è l'unica depositaria dell'Amore e  nell'immaginario  dell'autore assume le vesti sempre femminili ora di  madre/massaia che cucina per " un  Dio contadino, sanguigno e affamato", ora in "gramaglie" sempre addolorata e in lutto, avvolta tutta nel suo dolore arcaico per un Dio ormai morto che non può più concupire; o ancora perpetuamente dedita all'inseguimento dell'amato e cromatico Giorno, ma destinata a non raggiungerlo mai. 
La troviamo vestita dei suoi diamanti (le stelle), del suo medaglione (la luna) e dei suoi anelli (i pianeti) perché è vanitosa e "femmina di immensa bellezza". O raccontata attraverso metafore erotico-sessuali dove la Luna diventa la sua vulva, i Cicli Lunari i suoi mestrui, le Eclissi i coiti non andati a buon fine... E infine ammattita, immersa insieme a noi, suoi figli "nel  manto nero come la pece  della sua notturna depressione dalla quale non ci potrà  mai lavare il candeggiante, scadente Sole".
Una Notte/Anima che ci guarda dall'alto con compassione, sempre innamorata e mai ricambiata, fragile e indifesa, consapevole della sua eterna solitudine e forse per questo "regina delle abbandoniche". Nelle molteplici metafore culinarie è sempre presente come pentola, contenitore, dispensa, cantina, caverna, avvolgente e amorevole, accogliente e "uterina".

Nessun commento  può rovinare  la lettura dell'opera di Manganelli perché è la scrittura  la vera protagonista: riccamente adornata di metafore e ossimori, geniale e artificiosa, sapiente e "un po' malata",  che attinge ai contenuti del passato ma che al tempo stesso guarda al futuro con i più strambi accostamenti linguistici e invenzioni. 
Patrizia C.

30 gennaio 2022

Gruppo di Lettura _ Mese di gennaio: La musica


La musica nella letteratura e nelle nostre vite è stato il tema dell’incontro del Gruppo di lettura che ha accompagnato il saluto all’anno vecchio e l’avvio del nuovo anno. Nel tepore del salotto letterario della Casa con l’arco, in pochi, distanziati e arieggiando i locali abbiamo lasciato che le note, il ritmo e soprattutto le nostre considerazioni uscissero dalle pagine e si diffondessero nello spazio. 
 Abbiamo dovuto fare ordine e comprendere quali fossero gli argomenti e come trattarli, vista la vastità delle suggestioni e soprattutto i tanti punti di vista di questo affascinante mondo. L’invito alla riflessione era partito qualche mese fa intrecciando la musica creata e suonata con l’aspetto emotivo e coinvolgente che possono suscitare alcune canzoni. Da qui la domanda: perché fin dall’inizio del mondo la musica è così importante, perché la sentiamo, perché fa parte di noi?

Invitati a leggere il libro di Nicola Campogrande “Occhio alle orecchie: come ascoltare musica classica e vivere felici” ci siamo poi confrontati allargando gli orizzonti e portando ognuno di noi libri che avessero attinenza con la musica misurandone le diverse influenze.

Ciò che ha trovati tutti concordi è il ruolo che la musica gioca nelle nostre vite e come essa sia indossata in modo diverso nello scorrere dei giorni delle emozioni e delle sensazioni quotidiane. Una stessa musica, indipendentemente dall’oggettività della realizzazione, può essere apprezzata oppure denigrata se ad essa la nostra mente associa pensieri positivi o negativi.

Qualcuno di noi ha approfondito l’aspetto organico tecnico del suono, ciò che la musica produce a livello cerebrale, i neuroni che vengono interessati e come rispondono alle sollecitazioni. Questo è quanto tenta di spiegarci Daniele Schon nel suo “Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo”. In questo viaggio nell’affascinante mondo delle neuroscienze l’autore ci conduce per mano dentro le orecchie e tra le pieghe degli emisferi cerebrali per cercare di riconoscere e nominare ciò che la musica produce e muove: se sia una forma di linguaggio e quale potrebbe essere la funzione rinnovata da attribuirle per la maturazione di un popolo e della sua cultura.

Ma da dove nasce la musica? Forse dal nostro ritmo interiore, forse dal battito del cuore materno, l’essere umano ha bisogno di ritmi e cadenze per rassicurarsi, per sfogare le situazioni di tensione, pensiamo alle ninne nanne, alle filastrocche, ai canti popolari dei lavoranti, ai canti della guerra, alla semplice canzoncina sussurrata mentre si stira o si guida, ci si avvicina così a grandi passi alla letteratura, alla metrica delle poesie, all’uso degli esametri e delle ottave utilizzate per rendere lo scalpitio di un cavallo o la lentezza del procedere di un passo. Rita ci legge delle poesie tratte dal Bestiario di Pablo Neruda (con le magiche illustrazioni di Luis Scafati) e con la lettura cerca di riportarci ad un’immedesimazione tra il gatto e le parole scelte per descriverlo. Legge poi un’altra poesia tratta da Acqua di Laguna di Mario Stefani e seguendola dentro i versi sembra di scorgere quell’osmosi città-laguna tanto cara al poeta. Tullio, segue la stessa strada e sceglie Giovanni Verga per sperimentare l’uso del linguaggio verista capace di trasmettere la lentezza del paesaggio siciliano, il lento trascorrere del tempo, la digressione del pensiero facendoci notare come quella sorta di ritornello nominale “Di Mazzarò” possa essere percepito come un suono di un tamburo, che richiama la forza della proprietà, della terra oggetto della novella “La roba”. 

Come non ricordare su questo tema parola-musica “La pioggia nel pineto” magnifico esempio di quanto l’utilizzo di alcune parole e addirittura di alcune lettere possano trasformarsi nel suono di un agente atmosferico come la pioggia.

Il passaggio dalla poesia alla letteratura avviene con un libro scelto da due partecipanti “Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia, qui la musica è protagonista della vita di un uomo vissuto nel medioevo, il principe Carlo Gesualdo da Venosa, narrata da Igor Stravinskij, che durante un suo viaggio a Napoli si imbatte nella storia di quest’uomo che nella vita avrebbe voluto solo comporre e cacciare e che invece viene richiamato ai doveri di politica e di potere e distolto dalla grande missione della sua vita: la composizione di sette madrigali che dovevano segnare la fine di un’epoca musicale e l’inizio di una nuova. La sua vita condizionata dal compito che gli viene assegnato e dall’uxoricidio viene raccontata da Gioacchino Arditty, compagno di vita del Principe. Dal manoscritto finito nelle mani del compositore russo, come in un gioco di matrioske, si vedono aprirsi porte e cunicoli sul periodo rinascimentale, un’indagine approfondita e densa sul ruolo del dolore nella creatività degli artisti, la convivenza tra la capacità di compiere crimini efferati e la sensibilità geniale della composizione musicale, l’eterna lotta tra potere e coscienza personale, la sfida tra medicina scienza e stregoneria; la ricerca infine della musica perfetta, con lo scopo di adattarla all’infinito astronomico e il limite intrinseco di doverla scrivere e limitare sul pentagramma.

 Facciamo però un passo indietro all’inizio di questo bellissimo incontro, la proposta di Oreste, che ci apre qualche pagina di “Il giardino del Mediterraneo” di Giuseppe Barbera, arricchito dai suoi disegni, vuole invitarci ad una riflessione ampia sull’attinenza che ci può essere tra l’intervento antropico sul paesaggio e di come sia quasi impossibile trovare un paesaggio puro senza scorgervi l’intervento umano e allo stesso modo come sia l’azione dell’uomo ad intervenire sulla melodia, creando musica con strumenti di diverso tipo finanche a quelli informatici;  ma il cinguettio degli uccelli, il frusciare delle foglie, l’ululato del lupo possono essere definiti musica?!

Qualcuno esprime il disaccordo attribuendo alla parola musica quella forma d’arte che trova collocazione nella maestosità di un teatro con un’orchestra che guidata da un maestro renda tutta la meraviglia della perfezione contenuta nello spartito e alla quale approcciarsi preparati, studiando per poter abbandonarsi alla bellezza del suono con la giusta consapevolezza. Come sempre i cerchi concentrici di un tema così ricco sono infiniti e allora che ruolo possono avere le canzoni, le canzonette, i testi della musica che passa alla radio e che tanta parte delle nostre vite assorbe e ritorna nel tempo. Mario suggerisce la lettura di “Come funziona la musica” di David Byrne, fondatore dei Talking Heads, per rispondere all’importanza delle dimensioni spazio-tempo nell’ascolto. Molta rilevanza viene data dall’autore allo spazio dove la musica viene prodotta che quasi condiziona la produzione stessa (si scrive la musica anche per raggiungere alcune persone in alcuni luoghi definiti), analizzandone l’evoluzione affiancata alla modifica del modo di vivere del pubblico, alle abitudini e adattandola ai nuovi strumenti  e perché no agli eventi sociopolitici. 

 Tra gli autori che hanno provato a rispondere alla domanda sul perché ci piaccia la musica ci ha provato Silvia Bencinelli con il libro “Perchè ci piace la musica: orecchio, emozione, evoluzione” un libro, presentato da Piera, che indaga partendo da studi sui primati e dalle prime testimonianze di formalizzazione della musica l’evoluzione di questa disciplina, le attitudini dei singoli, osservandone le diverse reazioni sui neonati e sui bambini, l’intensità delle emozioni e del piacere che può dare l’ascolto, provando ad intersecare le diverse forme del linguaggio e di comunicazione e provando a fare un’analisi anatomica del cervello per confermare che le aree interessate da parole e suoni sono diverse. Necessari e utili questi approfondimenti per affermare e riflettere sulla necessità della musica nella nostra vita e nel nostro organismo, Erri de Luca parla di “Musica provata” riferendosi al sentire soggettivo e personale. Un altro saggio che invita a questa riflessione è “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin scrittore britannico conosciuto per i suoi diari di viaggio. Questo in particolare si è svolto in Australia e l’autore ha analizzato i canti rituali degli aborigeni, il ruolo di iniziazione e l’importanza del tramandare queste tradizioni. Lo fa ripercorrendo le strade simboliche ed ancestrali che gli aborigeni compiono in onore alla nascita della loro civiltà. Qui il ruolo del canto è la continuazione della vita preservandola dalla ricaduta nel caos, un ruolo salvifico dunque.

La commistione tra i linguaggi è anche il nucleo attorno al quale ha preso forma il breve racconto “Sonata a kreutzer” di Lev Tolstoj, il contributo di Vasile. Un racconto dai toni forti e intensi che si svolge all’interno del vagone di un treno. In questo piccolo ambiente un uomo racconta all’amico -narratore  dell’omicidio della moglie a seguito del suo sospetto tradimento con un musicista. Quando i due amici suonano la sonata le sensazioni che questa provoca sulla mente dell’esecutore non solo rafforza l’idea ma confonde quasi la sintonia delle note con quella dell’immaginazione carnale dei due corpi uniti. Qui la musica rivela e chiarisce.

Chiudiamo con un contributo a distanza di Patrizia che ha letto per noi "Il nipote di Wittgenstein. Un'amicizia" di Thomas Bernhard.  Il libro è un tributo al grande amico, Paul Wittgenstein, nipote del filosofo  Ludwig e uno degli eredi della nota e ricchissima famiglia austriaca Wittgenstein. Vi è in quest'opera una correlazione stretta  tra tre temi: l'amicizia, la malattia e la musica. Nel 1967 l'autore e Paul W. si trovano ricoverati entrambi nell'ospedale Steinhof di Vienna. Paul viene curato per problemi psichiatrici mentre Thomas per una neoplasia al polmone. L'esperienza della malattia e la comune passione per la musica classica suggelleranno la loro lunga amicizia. La complessità della figura di Paul viene infatti raccontata attraverso la musica: grande frequentatore del Teatro dell'Opera di Vienna, capace di decretare il successo o l'insuccesso di un'opera musicale;  per tre anni visita i più grandi teatri dell'opera del mondo; sa confrontare le qualità dei vari cantanti lirici del tempo;  In grado di tenere una conferenza  su Stravinskij e  spiegare la sinfonia Haffner di Mozart come  un  prodigio della matematica. Bernhard traccia il filo invisibile che unisce la musica e la malattia mentale di Paul. Descrive una mente, comune a molti malati psichici, che non riesce a liberarsi dal continuo "accrescersi e ingorgarsi" di ricchezze spirituali e intellettuali tanto da "esplodere", una mente che produce ininterrottamente bellezza spirituale tanto da saper coordinare e confrontare tutto cio' che attiene alla disciplina musicale. Dopo i numerosi ricoveri in ospedali psichiatrici, Paul è solito rifugiarsi nella  casa di campagna di Bernhard e seduto in cortile, ascoltando ad occhi chiusi, chiede all'amico  i dischi di quei musicisti da lui amati che lo metteranno nella giusta disposizione  d'animo: "un Beethoven, per favore", "un Mozart, per piacere",  "uno Strauss, ... E' un libro sulla forza salvifica della musica e dell'amicizia che  può lenire i dolori, le mancanze, i drammi di una vita.

L’incontro si chiude con la lettura di una bella poesia di Valerio Magrelli dal titolo “Musica”

- Occhio alle orecchie: come ascoltare musica classica e vivere felici _  Nicola Campogrande _ Ponte   alle grazie 2015. 

 - Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo _  Daniele Schon _ Il Mulino 2018 

-  Bestiario _  Pablo Neruda _ Guanda 2021 

- La roba _ Giovanni Verga _ Mondadori 1976

-  Acqua di Laguna  _  Mario Stefani _ 1991 

-  Madrigale senza suono _  Andrea Tarabbia – Bollati Boringhieri 2019 

-  Il giardino del Mediterraneo: storie e paesaggi da Omero all’Antropocene _  Giuseppe Barbera _ Il    Saggiatore        2021

-  Come funziona la musica _ David Byrne – Bompiani 2014 _ trad A. Silvestri 

- Perché ci piace la musica: orecchio, emozione, evoluzione _  Silvia Bencinelli _ Sironi 2007 

-  Musica provata _ Erri de Luca _ Feltrinelli 2014 

-  Le vie dei canti _  Bruce Chatwin _ Adelphi 1995 _ trad: Silvia Gariglio

-  Sonata a kreutzer  _  Lev Tolstoj _ Einaudi 1953 _ Trad Leone Ginzburg 

- Valerio Magrelli _ Poesie 

- Thomas Bernhard _ Il nipote di Wittgenstein. Un'amicizia _ Adelphi 1989 _ Trad Renata Colorni


16 dicembre 2021

14_ FONDAMENTA DEGLI INCURABILI : VENEZIA

 12 Dicembre 2021

Passeggiata Venezia 
 Letture da: Fondamenta degli Incurabili 

Se appena mi fossi voltato, avrei visto la Stazione in tutto il suo splendore rettangolare fatto di neon e di urbanità, avrei visto le lettere di scatola che dicevano Venezia. Ma non lo feci, il cielo era pieno di stelle invernali, come accade spesso in provincia. Da un momento all’altro un cane poteva abbaiare in lontananza; oppure poteva farsi vivo un gallo. Con gli occhi chiusi contemplai un ciuffo di alghe impigliato in uno scoglio – alghe sotto zero che si aprivano a ventaglio contro lo scoglio umido, forse invetriato dal ghiaccio, in qualche punto dell’universo, uno qualunque, non importava. Io ero quello scoglio, e il palmo della  mia mano sinistra era quel ciuffo, quel ventaglio di alghe marine.


È questa la mia ambizione. Se finisco fuori strada, è perché qui succede continuamente, con tante strade fatte d’acqua. Da queste pagine, in altre parole, potrà non venir fuori un racconto, una storia, bensì il fluire di un’acqua limacciosa «nella stagione sbagliata dell’anno». A volte appare azzurra, a volte grigia o bruna; invariabilmente è fredda e non potabile. Il motivo per cui mi ingegno a filtrarla è che contiene tanti riflessi, tra i quali il mio.



Comunque, l’inverno è  una stagione astratta: smorza i colori, anche in Italia, e impone le leggi del freddo e delle giornate brevi. Queste circostanze addestrano l’occhio a studiare il mondo esterno con un’intensità superiore a quella della lampadina elettrica che la sera ti aiuta a esaminare la tua fisionomia. Se questa stagione non ti calma necessariamente i nervi, li subordina però ai tuoi istinti: alle basse temperature la bellezza è bellezza.


...qui l’occhio,il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, qui l’occhio nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. La sua gelatina esposta indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le ha fatte affiorare alla superficie dell’esistenza...



D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è  subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere [...] Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; dalle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo.

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.  In più esiste indubbiamente una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel Pizzo – ossia degli edifici veneziani – e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico.

Non stupisce che di giorno si colori di verde, come il fango, e diventi nera come la pece di notte, quando fa concorrenza al firmamento. È un miracolo che, dopo essere stata accarezzata e strapazzata per oltre un millennio, non abbia falle, sia ancora H2O – ma è meglio non berla –, riesca ancora ad alzarsi. Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione: le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli «legati» dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese di Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale. La musica, s’intende, è ancora più grande dell’orchestra; e non c’è mano che possa voltare il foglio.

 

Le chiese, ho sempre pensato, dovrebbero restare aperte tutta la notte; o almeno dovrebbe quella della Madonna dell’Orto – non tanto in ricordo dell’ora probabile dell’estremo tormento dell’anima quanto per la meravigliosa Madonna col Bambino che vi è custodita. Avrei voluto sbarcare lì e dare un’occhiata al meraviglioso dipinto del Bellini, ai tre centimetri che separano il palmo sinistro della Madonna dal piede del Bambino. Quei tre centimetri – ah, molto meno! – sono la distanza che divide l’amore dall’erotismo. O forse lì è la punta estrema dell’erotismo. Ma la porta era chiusa, e noi proseguimmo in quella galleria di grotte, in quella miniera piranesiana, abbandonata, piatta, rischiarata dalla luna, con quel rado baluginare di minerale elettrico, fino al cuore della città.

Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama

 Voltai verso piazza San Marco sperando che il Florian fosse ancora aperto. Stava chiudendo; il personale era occupato a togliere le sedie dal portico e ad applicare le tavole di legno alle vetrine. Una breve trattativa col cameriere, che si era già cambiato per andare a casa ma che conoscevo di vista, ebbe il risultato voluto, e con quel risultato in mano uscii da sotto il portico e passai in rassegna le quattrocento finestre della piazza. C’era un deserto assoluto, non un’anima. Le finestre ad arco correvano nel solito ordine ossessionante, come onde idealizzate.











Libro del mese di Novembre 2021 - Fondamenta degli incurabili - Iosif Aleksandrovič Brodskij

Titolo: FONDAMENTA DEGL INCURABILI

Titolo originale: WATERMARK

Autore: IOSIF ALEKSANDROVIC BRODSKIJ

Editore: ADELPHI 1991

Traduttore: GILBERTO FORTI 


L'incontro di novembre è con la nostra amata Venezia. Partendo dalla lettura di "Fondamenta degli Incurabili" di Iosif Brodskij, lettura apprezzata soprattutto per il velo poetico che avvolge nelle pieghe tutte le pagine del libro, ci siamo lasciati trasportare dalle infinite suggestioni che questa città accende. 
La grande importanza dell'elemento liquido che tanta parte ha avuto nella sua fortunata storia e che ha caratterizzato l'anima dei veneziani; la fascinazione della nebbia e degli spettacoli di luce che riesce a regalare;  i suoi odori, i suoi silenzi, interrotti solo da rumori particolari. E poi l'eterna bellezza delle chiese dei palazzi e dei giardini. 

I vari punti di vista ci hanno portato a delle riflessioni politiche - economiche ambientali che si sono spartite lo spazio con reminiscenze esperienziali e a rimandi ai tanti libri scritti su Venezia. 

Al termine dell'appuntamento quindi istintivamente ci siamo sentiti di organizzare un'uscita sui passi del poeta e di quanti artisti e uomini comuni sentono il richiamo dell'acqua e delle calli che la solcano.

Appuntamento, dunque, per il 12 Dicembre ... in una sera d'inverno ... 

(Resoconto e citazioni nel post 14_Venezia)

13 luglio 2021

Libro del mese di Maggio 2021 - Il quinto figlio - Doris Lessing

 Titolo: IL QUINTO  FIGLIO

Autore: DORIS LESSING

Editore: Feltrinelli 2000

Traduttore: Mariagiulia Castagnone

Diversità,  discriminazione, evitamento, segregazione, sono tematiche quotidiane di discussione, di cronaca, di tentativi di egualitarismo che hanno come fine ultimo il tentativo di affermare il protagonismo di ogni essere umano che vive su questa Terra. Un fine ambizioso e soprattutto minacciato ogni giorno da antichi pregiudizi, convenzioni sedimentate nelle mentalità, valutazioni rigide e definite.

La lettura di questo romanzo scritto dal Premio Nobel Doris Lessing, ha aggiunto anche le osservazioni del nostro gruppo di lettura al panorama di un tema così ampio e così lungamente trattato. Il quinto figlio è la storia di una famiglia che nella sua tensione all'ideale, viene, ad un certo punto, disturbata dalla nascita di un figlio che non si ordina all'interno del nucleo ma se ne distoglie creando una sorta di frattura che ogni elemento cerca a modo suo o di sanare o rimuovere.

 Dalla lettura del commento di Patrizia si comincia a fissare i temi del libro: l'innesco dei meccanismi di isolamento e abbandono dei familiari; la scelta di riportare il figlio a casa  presa dalla madre in solitudine;  la società  (insegnanti, presidi, medici...) che giudica ma non sa trovare soluzioni accettabili; la mancanza di accettazione che porta il ragazzino verso l'adesione a gruppi di emarginati. L'handicap grave viene raccontato e portato alle sue estreme conseguenze con l'orrore che esso genera in tutti gli esseri, compresi gli animali. Ma è soprattutto l'analisi dell'adulto a focalizzare l'analisi: l'ingenuità dei genitori privi del senso di responsabilità che la procreazione dovrebbe portare con sé; Il fallimento familiare e sociale decretato dall'unica possibilità rimasta al "quinto figlio" che è quella di anelare a un possibile ricongiungimento "utopico" con un mondo diverso, altro (alieno?) dove possa finalmente vivere insieme ai "suoi simili."

Utili si rivelano le testimonianze di casi riconducibili all'oggetto del romanzo. Rita e Daniela, ex insegnanti, testimoniano  molti episodi scolastici con protagonisti bambini problematici i cui genitori manifestano tutta la loro inadeguatezza e denunciano un apparato scolastico che non è, ancora, in grado di supportarli come dovrebbe o di creare modelli adatti a queste situazioni, il sostegno così chiamato diventa perciò un contenimento più che un'opportunità.

Il protagonista della storia è Ben il quinto figlio di Harriet e David, che fin dalla nascita, crea scompiglio per il colore della pelle, per il fisico  grosso, muscoloso, forte. E' un bambino che suscita spavento terrore e mette a disagio chiunque gli si avvicini, un bambino spaventoso, capace di mettere a disagio chiunque lo guardi,  non si inserisce nel contesto di famiglia perfetta armonica e affettuosa il cui modello era così ammirato dalla società. Appare da subito un essere figlio della Natura più che di esseri umani incapace di riconoscenza e affetto, quasi un essere preistorico che sopravvive per se stesso  con atti violenti ed estremi. Qui avviene la frattura:  la famiglia che prima costituiva un ideale quasi da onorare ora viene evitata ed emarginata.  La soluzione per riafferrare l'ambita felicità e il proprio spazio autorevole nel mondo sembra quella di eliminare la "mela marcia", allontanandola per evitare che, come dice Daniela, l'elemento famiglia "salti", si rovini. La corsa verso la felicità, la fame di perfezione, scatena una sorta di "temporale" esistenziale, interpretato quasi come una vendetta come una punizione all'arroganza alla superbia di ottenere il tutto.

Anche la scelta della mamma di riportare a casa il figlio, chiuso nell'istituto come soluzione per ritrovare l'ordine famigliare, accende opinioni e riflessioni. Così, se istintivamente verrebbe da pensare all'infinito amore materno che vince su tutto, più approfondita si fa l'analisi più convergono altre osservazioni: il placare un senso di colpa, il senso dell'ingiustizia nei confronti della società, il senso del doverlo fare. Non vi si riconosce l'ancestrale amore materno incondizionato, prova ne è l'immediata conseguenza ad un atto potente forte quale quello della madre che affronta da sola il viaggio di ritorno esposta ad un grande pericolo; una volta rientrato in casa, infatti, il ragazzo  non viene accolto dall'amore o da una disponibilità famigliare ritrovata,  ma accudito dalla televisione che gli offre un mondo accattivante che lo attrae e lo allontana ancora di più dal nido originario.

Ed è qui che già si intravvede il finale: lasciare che Ben intraprenda la sua strada, rinunciando al sogno così ormai pregiudicato dalla realtà. Solo che la sua è una strada "diversa", diversa persino dall'altra presenza di ragazzina down che però nella sua problematicità è inserita nel contesto e quindi amata e accettata. Ben non si può ricondurre a nessuno dei modelli se non a quello selvaggio violento pericoloso anaffettivo e quindi attratto  da un mondo di delinquenza e di malefici che gli adulti guardano e denigrano a distanza.

Il linguaggio usato da Lessing in questo romanzo non poteva che essere crudo, duro, spigoloso anche se la lettura è scorrevole e chiara e per questo il libro è piaciuto, anche nei risvolti secondari: la descrizione di una società accelerata e mossa da desiderio di affermazione, in ogni caso e a volte anche contro logica, la concezione del "brutto" che rovina l'immagine, il mancato sforzo nel considerare il "non convenzionale" in modo relativo discostandosi dal personale punto di vista, qualche richiamo al libro di Suskind "Il Profumo", per la presenza di un essere al limite dell'umano, al confine con il mondo magico. Al centro delle nostre riflessioni rimane comunque l'inadeguatezza di una struttura sociale che smette di funzionare appena il meccanismo si inceppa per un corpo estraneo e il finale non può essere che quello ricorrente e quasi universale nella letteratura : nessuno è felice a questo mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


22 maggio 2021

Incontri dei Gruppi di Lettura in Veneto

Si è tenuto sabato 22 Maggio l'incontro on line dei Gruppi di Lettura in Veneto. Erano presenti Anna Nadotti e Matteo Bianchi che insieme a Margherita Ruo avevano espresso i loro suggerimenti. 
L'elenco comprendeva:
Moby Dick di Herman Melville
Il caos da cui veniamo di Tiffany McDaniel
Il richiamo della foresta di Jack London
Il ritorno di Hisham Matar
Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis
Gita al faro di Virginia Woolf
I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead
Le nostre anime di notte di Kent Haruf
Mi ricordo di Joe Brainard

Il nostro Gruppo tra i tanti ha scelto: "Il ritorno - Hisham Matar" e "Gita al faro" di Virginia Woolf", le riflessioni delle letture si trovano qui nel nostro sito.
Per chi avesse perso l'incontro, questo è il collegamento


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