16 dicembre 2021

14_ FONDAMENTA DEGLI INCURABILI : VENEZIA

 12 Dicembre 2021

Passeggiata Venezia 
 Letture da: Fondamenta degli Incurabili 

Se appena mi fossi voltato, avrei visto la Stazione in tutto il suo splendore rettangolare fatto di neon e di urbanità, avrei visto le lettere di scatola che dicevano Venezia. Ma non lo feci, il cielo era pieno di stelle invernali, come accade spesso in provincia. Da un momento all’altro un cane poteva abbaiare in lontananza; oppure poteva farsi vivo un gallo. Con gli occhi chiusi contemplai un ciuffo di alghe impigliato in uno scoglio – alghe sotto zero che si aprivano a ventaglio contro lo scoglio umido, forse invetriato dal ghiaccio, in qualche punto dell’universo, uno qualunque, non importava. Io ero quello scoglio, e il palmo della  mia mano sinistra era quel ciuffo, quel ventaglio di alghe marine.


È questa la mia ambizione. Se finisco fuori strada, è perché qui succede continuamente, con tante strade fatte d’acqua. Da queste pagine, in altre parole, potrà non venir fuori un racconto, una storia, bensì il fluire di un’acqua limacciosa «nella stagione sbagliata dell’anno». A volte appare azzurra, a volte grigia o bruna; invariabilmente è fredda e non potabile. Il motivo per cui mi ingegno a filtrarla è che contiene tanti riflessi, tra i quali il mio.



Comunque, l’inverno è  una stagione astratta: smorza i colori, anche in Italia, e impone le leggi del freddo e delle giornate brevi. Queste circostanze addestrano l’occhio a studiare il mondo esterno con un’intensità superiore a quella della lampadina elettrica che la sera ti aiuta a esaminare la tua fisionomia. Se questa stagione non ti calma necessariamente i nervi, li subordina però ai tuoi istinti: alle basse temperature la bellezza è bellezza.


...qui l’occhio,il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, qui l’occhio nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. La sua gelatina esposta indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le ha fatte affiorare alla superficie dell’esistenza...



D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è  subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere [...] Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; dalle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo.

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.  In più esiste indubbiamente una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel Pizzo – ossia degli edifici veneziani – e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico.

Non stupisce che di giorno si colori di verde, come il fango, e diventi nera come la pece di notte, quando fa concorrenza al firmamento. È un miracolo che, dopo essere stata accarezzata e strapazzata per oltre un millennio, non abbia falle, sia ancora H2O – ma è meglio non berla –, riesca ancora ad alzarsi. Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione: le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli «legati» dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese di Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale. La musica, s’intende, è ancora più grande dell’orchestra; e non c’è mano che possa voltare il foglio.

 

Le chiese, ho sempre pensato, dovrebbero restare aperte tutta la notte; o almeno dovrebbe quella della Madonna dell’Orto – non tanto in ricordo dell’ora probabile dell’estremo tormento dell’anima quanto per la meravigliosa Madonna col Bambino che vi è custodita. Avrei voluto sbarcare lì e dare un’occhiata al meraviglioso dipinto del Bellini, ai tre centimetri che separano il palmo sinistro della Madonna dal piede del Bambino. Quei tre centimetri – ah, molto meno! – sono la distanza che divide l’amore dall’erotismo. O forse lì è la punta estrema dell’erotismo. Ma la porta era chiusa, e noi proseguimmo in quella galleria di grotte, in quella miniera piranesiana, abbandonata, piatta, rischiarata dalla luna, con quel rado baluginare di minerale elettrico, fino al cuore della città.

Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama

 Voltai verso piazza San Marco sperando che il Florian fosse ancora aperto. Stava chiudendo; il personale era occupato a togliere le sedie dal portico e ad applicare le tavole di legno alle vetrine. Una breve trattativa col cameriere, che si era già cambiato per andare a casa ma che conoscevo di vista, ebbe il risultato voluto, e con quel risultato in mano uscii da sotto il portico e passai in rassegna le quattrocento finestre della piazza. C’era un deserto assoluto, non un’anima. Le finestre ad arco correvano nel solito ordine ossessionante, come onde idealizzate.











Libro del mese di Novembre 2021 - Fondamenta degli incurabili - Iosif Aleksandrovič Brodskij

Titolo: FONDAMENTA DEGL INCURABILI

Titolo originale: WATERMARK

Autore: IOSIF ALEKSANDROVIC BRODSKIJ

Editore: ADELPHI 1991

Traduttore: GILBERTO FORTI 


L'incontro di novembre è con la nostra amata Venezia. Partendo dalla lettura di "Fondamenta degli Incurabili" di Iosif Brodskij, lettura apprezzata soprattutto per il velo poetico che avvolge nelle pieghe tutte le pagine del libro, ci siamo lasciati trasportare dalle infinite suggestioni che questa città accende. 
La grande importanza dell'elemento liquido che tanta parte ha avuto nella sua fortunata storia e che ha caratterizzato l'anima dei veneziani; la fascinazione della nebbia e degli spettacoli di luce che riesce a regalare;  i suoi odori, i suoi silenzi, interrotti solo da rumori particolari. E poi l'eterna bellezza delle chiese dei palazzi e dei giardini. 

I vari punti di vista ci hanno portato a delle riflessioni politiche - economiche ambientali che si sono spartite lo spazio con reminiscenze esperienziali e a rimandi ai tanti libri scritti su Venezia. 

Al termine dell'appuntamento quindi istintivamente ci siamo sentiti di organizzare un'uscita sui passi del poeta e di quanti artisti e uomini comuni sentono il richiamo dell'acqua e delle calli che la solcano.

Appuntamento, dunque, per il 12 Dicembre ... in una sera d'inverno ... 

(Resoconto e citazioni nel post 14_Venezia)

13 luglio 2021

Libro del mese di Maggio 2021 - Il quinto figlio - Doris Lessing

 Titolo: IL QUINTO  FIGLIO

Autore: DORIS LESSING

Editore: Feltrinelli 2000

Traduttore: Mariagiulia Castagnone

Diversità,  discriminazione, evitamento, segregazione, sono tematiche quotidiane di discussione, di cronaca, di tentativi di egualitarismo che hanno come fine ultimo il tentativo di affermare il protagonismo di ogni essere umano che vive su questa Terra. Un fine ambizioso e soprattutto minacciato ogni giorno da antichi pregiudizi, convenzioni sedimentate nelle mentalità, valutazioni rigide e definite.

La lettura di questo romanzo scritto dal Premio Nobel Doris Lessing, ha aggiunto anche le osservazioni del nostro gruppo di lettura al panorama di un tema così ampio e così lungamente trattato. Il quinto figlio è la storia di una famiglia che nella sua tensione all'ideale, viene, ad un certo punto, disturbata dalla nascita di un figlio che non si ordina all'interno del nucleo ma se ne distoglie creando una sorta di frattura che ogni elemento cerca a modo suo o di sanare o rimuovere.

 Dalla lettura del commento di Patrizia si comincia a fissare i temi del libro: l'innesco dei meccanismi di isolamento e abbandono dei familiari; la scelta di riportare il figlio a casa  presa dalla madre in solitudine;  la società  (insegnanti, presidi, medici...) che giudica ma non sa trovare soluzioni accettabili; la mancanza di accettazione che porta il ragazzino verso l'adesione a gruppi di emarginati. L'handicap grave viene raccontato e portato alle sue estreme conseguenze con l'orrore che esso genera in tutti gli esseri, compresi gli animali. Ma è soprattutto l'analisi dell'adulto a focalizzare l'analisi: l'ingenuità dei genitori privi del senso di responsabilità che la procreazione dovrebbe portare con sé; Il fallimento familiare e sociale decretato dall'unica possibilità rimasta al "quinto figlio" che è quella di anelare a un possibile ricongiungimento "utopico" con un mondo diverso, altro (alieno?) dove possa finalmente vivere insieme ai "suoi simili."

Utili si rivelano le testimonianze di casi riconducibili all'oggetto del romanzo. Rita e Daniela, ex insegnanti, testimoniano  molti episodi scolastici con protagonisti bambini problematici i cui genitori manifestano tutta la loro inadeguatezza e denunciano un apparato scolastico che non è, ancora, in grado di supportarli come dovrebbe o di creare modelli adatti a queste situazioni, il sostegno così chiamato diventa perciò un contenimento più che un'opportunità.

Il protagonista della storia è Ben il quinto figlio di Harriet e David, che fin dalla nascita, crea scompiglio per il colore della pelle, per il fisico  grosso, muscoloso, forte. E' un bambino che suscita spavento terrore e mette a disagio chiunque gli si avvicini, un bambino spaventoso, capace di mettere a disagio chiunque lo guardi,  non si inserisce nel contesto di famiglia perfetta armonica e affettuosa il cui modello era così ammirato dalla società. Appare da subito un essere figlio della Natura più che di esseri umani incapace di riconoscenza e affetto, quasi un essere preistorico che sopravvive per se stesso  con atti violenti ed estremi. Qui avviene la frattura:  la famiglia che prima costituiva un ideale quasi da onorare ora viene evitata ed emarginata.  La soluzione per riafferrare l'ambita felicità e il proprio spazio autorevole nel mondo sembra quella di eliminare la "mela marcia", allontanandola per evitare che, come dice Daniela, l'elemento famiglia "salti", si rovini. La corsa verso la felicità, la fame di perfezione, scatena una sorta di "temporale" esistenziale, interpretato quasi come una vendetta come una punizione all'arroganza alla superbia di ottenere il tutto.

Anche la scelta della mamma di riportare a casa il figlio, chiuso nell'istituto come soluzione per ritrovare l'ordine famigliare, accende opinioni e riflessioni. Così, se istintivamente verrebbe da pensare all'infinito amore materno che vince su tutto, più approfondita si fa l'analisi più convergono altre osservazioni: il placare un senso di colpa, il senso dell'ingiustizia nei confronti della società, il senso del doverlo fare. Non vi si riconosce l'ancestrale amore materno incondizionato, prova ne è l'immediata conseguenza ad un atto potente forte quale quello della madre che affronta da sola il viaggio di ritorno esposta ad un grande pericolo; una volta rientrato in casa, infatti, il ragazzo  non viene accolto dall'amore o da una disponibilità famigliare ritrovata,  ma accudito dalla televisione che gli offre un mondo accattivante che lo attrae e lo allontana ancora di più dal nido originario.

Ed è qui che già si intravvede il finale: lasciare che Ben intraprenda la sua strada, rinunciando al sogno così ormai pregiudicato dalla realtà. Solo che la sua è una strada "diversa", diversa persino dall'altra presenza di ragazzina down che però nella sua problematicità è inserita nel contesto e quindi amata e accettata. Ben non si può ricondurre a nessuno dei modelli se non a quello selvaggio violento pericoloso anaffettivo e quindi attratto  da un mondo di delinquenza e di malefici che gli adulti guardano e denigrano a distanza.

Il linguaggio usato da Lessing in questo romanzo non poteva che essere crudo, duro, spigoloso anche se la lettura è scorrevole e chiara e per questo il libro è piaciuto, anche nei risvolti secondari: la descrizione di una società accelerata e mossa da desiderio di affermazione, in ogni caso e a volte anche contro logica, la concezione del "brutto" che rovina l'immagine, il mancato sforzo nel considerare il "non convenzionale" in modo relativo discostandosi dal personale punto di vista, qualche richiamo al libro di Suskind "Il Profumo", per la presenza di un essere al limite dell'umano, al confine con il mondo magico. Al centro delle nostre riflessioni rimane comunque l'inadeguatezza di una struttura sociale che smette di funzionare appena il meccanismo si inceppa per un corpo estraneo e il finale non può essere che quello ricorrente e quasi universale nella letteratura : nessuno è felice a questo mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


22 maggio 2021

Incontri dei Gruppi di Lettura in Veneto

Si è tenuto sabato 22 Maggio l'incontro on line dei Gruppi di Lettura in Veneto. Erano presenti Anna Nadotti e Matteo Bianchi che insieme a Margherita Ruo avevano espresso i loro suggerimenti. 
L'elenco comprendeva:
Moby Dick di Herman Melville
Il caos da cui veniamo di Tiffany McDaniel
Il richiamo della foresta di Jack London
Il ritorno di Hisham Matar
Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis
Gita al faro di Virginia Woolf
I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead
Le nostre anime di notte di Kent Haruf
Mi ricordo di Joe Brainard

Il nostro Gruppo tra i tanti ha scelto: "Il ritorno - Hisham Matar" e "Gita al faro" di Virginia Woolf", le riflessioni delle letture si trovano qui nel nostro sito.
Per chi avesse perso l'incontro, questo è il collegamento


https://fb.watch/5F03rksJqR/

19 maggio 2021

Libro del mese di Aprile 2021 - Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Titolo: DISSIPATIO H.G.

Autore: GUIDO MORSELLI

Editore: Adelphi 1977 

Il nostro incontro del 27 Aprile aveva come ospite Guido Morselli e il suo libro "Dissipatio H.G". Tanta è stata la curiosità per questa lettura che è arrivato anche un commento di una gradita ospite (che ci conosce per la bella frequentazione agli eventi della sempre rimpianta Libreria Morelli). Riportiamo quindi, il contributo di Natasha contraccambiando il suo ringraziamento rivolto ad Oreste e a tutto il Gruppo che, attraverso Laura, le ha fatto conoscere questo libro intenso. 
"Ritengo che la conoscenza della vita e delle esperienze dell’autore siano elementi importanti per comprendere molte parti in cui si ritrovano il suo pensiero, le sue convinzioni, la sua solitudine. E’ un testo, per me, difficile, certe parti mi sono state del tutto incomprensibili dato che non dispongo dell’adeguata competenza su temi filosofici e riferimenti critici. Ciò non mi ha scoraggiato, ma mi ha invitato al proseguo scoprendo riflessioni profonde, puntuali su temi tuttora attuali che hanno come fulcro comune la grande delusione verso il genere umano. Il ruolo centrale che l’uomo rivendica su tutto lo porta ad essere il responsabile dell’“Imbruttimento del mondo” per il “danno e il fastidio di cui è produttore inesausto”; con i suoi pensieri e le sue azioni può diventare “il grande nemico” di natura, ambiente, comunicazione, informazione a favore di sfruttamento, consumismo, inciviltà, sregolatezza economica e politica. Se l’uomo è l’autore di questo “deturpamento generale”, esso può scomparire, per estrema sintesi, solo con lo scomparire del genere umano. Ed ecco la Dissipatio Humani Generis, la fine della specie umana, ossia di “una certa razza di bipedi”, evaporata, nebulizzata. Se è questo il significato inteso con la “dissipazione”, non si può non esser portati a pensare anche alla “dissipazione” di tutte quelle risorse che l’uomo potrebbe disporre in vita in termini di “apprendimento, esperienza, interessi” ma si riduce ad un essere “impassibile, insensibile, indifferente, impartecipe al mondo esterno”, cosicché vita e morte si assomigliano. “Adesso che loro si fanno desiderare, o cercare se non altro, comincio forse a misurare la loro importanza” potrebbe essere, questa frase, un cauto cenno di vicinanza umana, ma in ultima analisi non è né appagante, né persuasiva vista quella che poi sarà la scelta di (fine) vita che l’autore farà da lì a poco assieme alla sua “ragazza dall’occhio nero”. Che dire se non che….”Sicuramente, in quanto a esperienza, è un saggio di eternità”. 

Da questo interessante commento inizia la nostra discussione dalla quale si diramano molte considerazioni. La prima è l'eterna convivenza tra l'uomo e la Natura, la superbia del primo nel credersi protagonista assoluto dell'esistenza e la silenziosa presenza della seconda, eterna immortale e padrona. Lo scorso anno lo ha dimostrato, gli uomini hanno dovuto farsi da parte, travolti da un'epidemia che li ha ridimensionati a spettatori immobili di uno spettacolo della Natura che sembrava esibirsi in tutta la sua potenza riappropriandosi degli spazi e dei confini. "La Natura non si è accorta ... forse si rallegra di riavere in sé tutta la vita, chiuso l'intermezzo breve che per noi aveva il nome di Storia" La filosofia che sottende a questo romanzo affronta molte domande universali, e mentre lo si legge salgono alla mente i grandi principi del nostro vivere: la solitudine e il disagio di stare al mondo descritto in modo preciso e profondo perché frutto, forse, del pensiero dell'autore che concluderà la sua vita suicidandosi pochi mesi dopo aver scritto il libro. Ed è proprio dal mancato atto del suicidio che ha inizio il racconto:, un uomo che pochi istanti prima del fatale gesto si ricrede e si ripresenta al mondo, un mondo che però non offre più sembianze umane, dissoltesi, volatilizzate. Lo sguardo attonito e i passi del protagonista si muovono alla ricerca di testimonianze umane in una atmosfera onirica. L'uscita dal luogo nascosto e sotterraneo dove doveva compiersi il suo destino ci ha ricordato la caverna di Platone, la condizione dell'essere umano che deve liberarsi dalle catene del suo genere per cercare la verità autentica del mondo. Il suo procedere per la città di Cristopoli gli restituisce quel che del genere umano è rimasto: segni, impronte, oggetti, odori, elementi che rendono presente l'uomo anche in sua assenza.

 "...c'è l'assedio delle piccole cose care. Piccole cose familiari e vischiose, gli oggetti che ti riagguantano, e ognuno ha il suo modesto fascino prensile, tenace, è la foto fatta da te, della neve d'aprile sul tetto, ... la macchina da scrivere col foglio infilato nel rullo...e ognuno con il suo struggente appello, con la sua insidia: vuole intrattenerti legarti, si stupisce che tu abbia pensato di...Ma infine se torni, ti dicono, se sei ancora qui, è stato anche per noi".

 L'ossessione tra possedere e liberarsi degli oggetti e delle persone si ripercuote anche nel sentimento dell'amore percepito come aspirazione al possesso per poter liberarci di esso e passare ad altro confinando nel passato l'esperienza. Le domande si fanno sempre più insistenti, che fine hanno fatto gli uomini, cosa determina la morte, qual è il nostro spazio dopo la morte?, e il grande senso del tempo, senza l'uomo cosa rappresenta? alla ricerca delle risposte e tra celebrazione del mondo finalmente ripulito da ideologie, e pregiudizi della società e senso angosciante della solitudine, il protagonista si libera di tutti i conformismi, si lascia crescere la barba, si veste comodamente azzerando la differenza di genere maschile - femminile, ed esprime il desiderio di rincontrare l'unico amico che aveva conosciuto in una clinica in Svizzera il Dr. Karpinsky, presenza positiva, un medico buono, caritatevole, generoso. Noi conosciamo il destino del medico morto in circostanze accidentali, ma lo scopo di riunirsi a lui tiene vivo nell'uomo l'interesse per la vita e ne rappresenta la riconciliazione . Ed è in questa attesa che si concretizza la nuova concezione del tempo 

“Sto scoprendo che l’eterno, per me che lo guardo da un’orbita di parcheggio, è la permanenza del provvisorio. La dilatazione estrema dell’attimo, e in termini empirici questo vuol dire: stato di differibilità assoluta. Agisco ma non posso preventivare la durata dell’azione, so solo che è incalcolabile.... Viene, semplicemente, a cercarmi, e è già in cammino. La mia è una certezza, non propriamente un’attesa, e mi libera da ogni impazienza. Me ne sto a guardare, dalla panchina di un viale, la vita che in questa strana eternità si prepara sotto i miei occhi" 
Un tempo che annulla la differenza fra vita e morte. "...ciò che significa per noi essere morti. Impartecipazione al mondo esterno, insensibilità, indifferenza. Stabilito che la morte è questo, si conclude che la vita le assomiglia, il divario essendo puramente quantitativo. Idealmente la vita dovrebbe essere apprendimento, esperienza, interessi, ma lei capisce che in confronto alla vita in questa sua ideale e mai raggiunta pienezza, in confronto alla molteplicità delle esperienze teoricamente possibili, ognuno di noi non è molto diverso da un morto" l

La discussione volge al termine con tante interessanti digressioni che a partire dalle vicende biografiche dell'autore, dall'incomprensione degli intellettuali contemporanei, dalla sua esclusione editoriale illumina il periodo dell'attivismo politico degli anni '70, richiama testi e musica di Gaber, e apre nuove finestre per i prossimi incontri. 

#disegnaresuilibri  - Oreste Sabadin


Prossimo libro: Il quinto figlio di Doris Lessing



24 aprile 2021

Consiglio di Aprile - quarto - La bellezza delle cose fragili - Taiye Selasi

 


Titolo: LA BELLEZZA DELLE COSE FRAGILI

Autore: TAIYE SLASI

Editore: Einaudi 2013

Traduzione: Federica Aceto

E' inevitabile pensare all'incipit più famoso della letteratura _ "tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo"_, al termine del romanzo "La bellezza delle cose fragili" di Taiye Selasi, giovane autrice britannica di origine ghanese e nigeriana.
E anche in questo caso l'incipit cattura:
"Kweku muore scalzo, una domenica all'alba, le pantofole all'uscio della camera, come cani", _ da questa scena origina il lungo racconto che progressivamente ci fa conoscere le storie e i segreti di ognuno degli elementi della famiglia, pagina dopo pagina i personaggi guadagnano consistenza e profondità. Ci vengono presentati ad uno a uno dapprima solo con un elemento distintivo: tristezza, angoscia, mancanza, e solo con lo scorrere delle pagine la superficialità viene penetrata e poi scolpita finché la personalità di ognuno si delinea e prende il posto in quel cerchio che solo una volta completato prende il nome di famiglia.
"i Sai, sono senza peso, cinque persone sparse per il mondo, una famiglia senza gravità. Una famiglia che non ha sotto niente di cosí pesante come i soldi, che servono per tenerli fermi allo stesso pezzo di terra, un asse verticale, sotto di loro niente radici, nessun nonno vivente, senza storia, orizzontali – sono andati alla deriva, si sono dispersi verso l’esterno, o verso l’interno, notando a malapena quando un altro familiare si è allontanato".
Il libro mi è piaciuto molto, per l'originalità della scrittura, per il ricorso a strumenti particolari (la presenza di un cameraman che occasionalmente compare per spostare il punto di vista, a richiamare forse l'altra passione dell'autrice: la fotografia), per la capacità di dipingere le persone con poche parole precise, e per il viaggio geografico, storico e intimo che ci fa compiere Taiye Selasi. L'approdo in terra africana è da subito colorato acceso e stimolante:
"La persistenza della bellezza, proprio nelle cose più fragili, una goccia di rugiada all'alba, una cosa destinata a finire nel giro di qualche istante, in un giardino, in Ghana, il Ghana, terra rigogliosa, morbida, verde, dove le cose fragili muoiono.".
"Le palme che si allungano in avanti in angoli di quarantacinque gradi sembrano scuotersi i capelli sulla sabbia, sopra lunghe barche di legno dai colori spettacolari, decorate con festoni neri per le alghe e bianchi, blu e verdi per le reti"
E' lì che queste anime raminghe si ritrovano per rendere l'ultimo saluto al padre e per riannodare i fili disciolti negli anni.
Una madre, forte, silenziosa, riservata, che non risponde delle sue decisioni, un figlio maggiore che sente troppo pesante la responsabilità del padre, una figlia minore che vive con angoscia l'essere la prediletta ma anche la dimenticata e i due gemelli, anime affini che travolgono con la loro sconvolgente storia vissuta cercando di sollevarsi al di sopra e al di fuori del loro destino.
Anime complesse e affascinanti:
"sono due metà di un solo spirito, uno spirito troppo grande per essere contenuto in un solo corpo. Sono esseri liminali, metà umani, metà divini, e devono essere onorati come gli si confà, se non addirittura adorati. Il secondo gemello, in particolare, il changeling e il trickster, meno affascinato dalle cose del mondo rispetto al primo, viene sulla terra con grande riluttanza e vi rimane con un maggiore sforzo, consumato dalla nostalgia per i regni spirituali. Alla vigilia del giorno in cui i due gemelli nasceranno, ognuno nel proprio corpo fisico, il secondogenito, scettico, dice al primo: «Vai fuori e vedi se il mondo è un bel posto. Se è cosí, restaci. Se non lo è, torna indietro». Il primo gemello, Taiyewo (dallo yoruba to aiye wo, «vedere e assaggiare il mondo», abbreviato in Taiye o Taiwo) lascia docilmente l’utero e parte per la sua missione di ricognizione. Trova il mondo di suo gradimento e decide di rimanere. Kehinde (dallo yoruba kehin de, «arrivare dopo»), vedendo che la sua metà non torna, si appresta senza fretta a raggiungere il suo Taiyewo, degnandosi di assumere una forma umana. Gli yoruba quindi considerano Kehinde il piú grande: nato per secondo, ma piú saggio, e quindi «piú vecchio".
E quando tutte le figure trovano completezza, in quella casa disegnata dal padre che diventa famiglia cosa resta?
"Piú tardi, molto piú tardi, dopo che la luna è sorta e il giorno ha vissuto la sua spettacolare morte in un tripudio di rosso e arancio iniettato di sangue, blu e magenta, un tramonto mozzafiato che nessuno di loro ha visto, si siedono di nuovo a tavola (riso, minestra di melanzane; tutti tranne Taiwo, che sta riposando), poi scivolano via ognuno verso la propria stanza, ognuno seguito da una debole scia di ferite e flebili speranze, che si insinuano sotto le porte che si chiudono"

Micaela

Libro del mese di Marzo 2021 - Gita al faro - Virginia Woolf

 

Titolo: GITA AL FARO

Autore: VIRGINIA WOOLF

Editore: Einaudi 2014  

Traduzione: Anna Nadotti

I Edizione: 1927

Virginia Woolf. Già nel pronunciarne il nome compare rispetto e deferenza. Il talento di questa scrittrice si percepisce fin dalle prime parole di qualunque sua opera. Ha quel modo geniale e unico di aprire il sipario e presentarti la vita così come sta accadendo senza premesse, senza spiegazioni. E fin dalle prime frasi, ci si trova tra i protagonisti, si ascoltano i loro dialoghi, si osservano gli spostamenti, le espressioni, si interpretano le posture, i pensieri.

E' il secondo romanzo di Woolf di cui parliamo nel nostro gruppo e come per Mrs Dalloway anche per Gita al Faro i commenti sull'eccellenza che la scrittura dell'autrice raggiunge sono indiscutibili. Parlare dei suoi romanzi apre porte e mondi, disegna linee del tempo variabili, ci trascina fuori e ci ricaccia dentro, ci pone davanti rivelazioni e universali incertezze. E lo fa raccontando episodi semplici di vita quotidiana. Ecco che una gita diventa metafora della vita che passa e  del suo svolgimento. Uno svolgimento che prevede in questa opera, tre atti e la presenza di diversi personaggi ognuno dei quali pare dire "Virginia c'est moi".

Il luogo di inizio è una casa di vacanza con un'ampia finestra che proietta all'orizzonte una costruzione magica e misteriosa: un faro. Nel mezzo quel TO particella che, in lingua inglese, apre a diverse ipotesi: Moto a luogo,  stato in luogo o piuttosto dedica? E' Anna Nadotti a scegliere di intitolare la versione italiana Gita al faro sciogliendo il dubbio interpretativo e lasciando prevalere l'idea del movimento sulla staticità presente nella traduzione di Fusini (Al faro). Al di là delle due versioni non si può negare che l'insieme di richiami acustici ce descrizioni accurate che troviamo disseminati nelle pagine ne fa un'elegia del ricordo e una dedica ad un luogo amato.

Il romanzo narra le vicende di una famiglia e dei suoi amici nell'arco di un decennio,  un decennio fondamentale perché vede abbattersi sul mondo  un evento enorme: la I grande guerra. I protagonisti sono un padre, uomo autoritario, rigido e autocentrato, una madre, donna bellissima dolce, accondiscendente che emana però stanchezza, i figli e una serie di personaggi che li accompagnano durante le vacanze nella loro dimora nell'isola di Skye. I protagonisti danno vita ai tre atti, il primo e il terzo ampi, il secondo che lega i due, brevissimo, svelante alcuni particolari fondamentali.

Fin dal meraviglioso incipit appaiono i tratti fondamentali della scrittura di Woolf e possiamo azzardare che in quella prima pagina vi sia già tutto il significato del romanzo che inizia con il  desiderio del giovane Ramsay di andare in gita l'indomani, un desiderio che si colora di speranza nelle parole della mamma e con la stessa intensità si scolora nelle parole del padre che afferma con certezza l'impossibilità dell'uscita per il cattivo tempo. Già dalla prima pagina, poi, fa la sua comparsa una grande protagonista: la luce che pervaderà tutto il romanzo illuminando di volta in volta i punti di vista.

Nella stessa pagina vi è tutta la poesia degli oggetti immateriali descritti in modo incantevole dall'autrice che sa dare animo e vita ad una carriola, ad una falciatrice, ad un frigorifero. 

"Così James Ramsay, seduto sul pavimento a ritagliare le figure del catalogo illustrato dei Magazzini dell'Esercito e della Marina, quando sua madre parlò, sulla figura di un frigorifero riversò beatitudine paradisiaca. Era contornata di gioia. La carriola, la flaciatrice, la musica dei  pioppi, foglie biancheggianti prima della pioggia, cornacchie gracchianti, ginestre sbatacchianti, vestiti fruscianti". Oggetti che si caricano di esperienze che sopravvivono agli eventi e che si personalizzano.

Una delle scene che appartengono a questa prima parte che ha colpito tutti partecipanti  contiene già il concetto del movimento parola fondamentale per comprendere un'opera che svolge le scene quasi come ci fosse una macchina da presa, persone che si spostano, occhi che si parlano incontrandosi, una visione innovativa nella stesura di un romanzo di quell'epoca.

Il ritmo dello scorrere del tempo in questo romanzo obbedisce alla straordinaria capacità dell'autrice di dilatare e restringere a piacimento le scene di vita. Basti pensare che nelle poche pagine della seconda parte avviene un evento mondiale come la I guerra mondiale,  muore la protagonista femminile della storia Mrs Ramsay, muoiono due figli, uno a causa dell'esplosione di una bomba e una di parto, si disgrega una famiglia. Passano ben 10 anni dall'unico giorno raccontato nella prima corposa parte e il giorno della gita.  Gli eventi che succedono in questi anni benché importantissimi vengono collocati nell'immobilità di due parentesi quadre, e dentro questo spazio avvengono fatti tragici, morti violente, cruente esplosioni, il piano temporale viene quasi violentato da questi inserti  brutali.

Nella terza parte riappare la casa, stavolta svuotata dalle relazioni, svuotata dagli oggetti dove il vedovo Mr Ramsay torna con gli stessi amici con  due dei figli con l'intento di fare quella Gita incompiuta dieci anni prima. In tutto questo tempo una vecchia donna ne ha custodito la presenza in modo decisamente trascurato ma all'annuncio del ritorno dei proprietari torna e rimette tutto apposto. Nelle azioni e nelle parole della signora abbiamo colto il lavoro dignitoso della classe più umile e anche in questo messaggio è evidente l'originalità della scrittura di questa autrice sperimentale che  supera la  tradizione vittoriana e si proietta nel modernismo.  

Il ritorno della famiglia è finalizzato a realizzare quella gita, rimandata dieci anni prima ed è qui che si realizza il movimento (tanto amato da Woolf, osservatrice e camminatrice appassionata) e in quelle pagine si sente finalmente il mare, si vive il viaggio con lentezza: il tempo si perfeziona nell'evento.  Il passato rivissuto acquisisce peso diverso e una luce nuova nel ricordo.

"Girandosi, guardò la baia, e laggiù, certo, scivolando a intervalli regolari sulle onde, prima due lampi veloci, poi uno lungo e durevole, c'era la luce del Faro. L'avevano acceso."

Ci troviamo d'accordo nel definirlo un libro-mondo senza regole e forse senza un vero protagonista; tra i tanti attori che si muovono in queste scene ognuno occupato a trovare il suo ruolo nella storia e nel mondo alla fine nessuno sarà il vero protagonista, nessuno sarà l'eroe, si può dire forse che sarà il tempo a vincere su tutto  e sarà la pittrice Lilly Briscol nel tracciare il segno finale della sua lunga opera d'arte a decretare che la bellezza salverà la storia di ognuno di loro. Apparentemente un libro duro, muscoloso, aspro, anche faticoso, fondato sull'introspezione dei personaggi, sulle particolari relazioni, sulla poesia che prevale su una trama che affronta dei temi coraggiosi ed audaci, la guerra e la frantumazione del passato, la scelta di non maritarsi di Lilly che preferisce l'arte al canone ordinario della vita, il conflitto femminile tra essere una buona madre e moglie e l'autoaffermazione dell'individuo donna.

Un romanzo apprezzato che rimarrà nei nostri ricordi letterari

Come di consueto elenchiamo qui gli approfondimenti e i suggerimenti citati nel corso dell'incontro.

"Possiedo la mia anima - il segreto di Virginia Woolf" di Nadia Fusini

Alla tavola di Virginia Woolf: Vita in casa di una scrittrice di Elisabetta Chicco Vitizzai

"Vi basta l'atlantico? Lettere tra Virginia Woolf e Lytton Strachey tra il 1906-1931", a cura di Chiara Valerio e Alessandro Giammei - Edizioni Nottetempo

"Leggere Woolf" di Sara Sullam

"Il canto del mondo reale" di Liliana Rampello

"Pensieri di pace durante un'incursione aerea" di Virginia Woolf

"Un eremo non è un guscio di lumaca" di Adriana Zarri

Infine una video lezione di Chiara Valerio

 

Arrivederci al mese prossimo con Dissipatio H.G. di Guido Morselli