Questa estate ho letto il "Don Chisciotte", un'opera che colpisce per gli innumerevoli piani di lettura e interpretazioni. Da qui partono alcune piccole, modeste riflessioni su questo enorme materiale che Cervantes ci ha lasciato come eredità collettiva. Riflessioni sparse ispirate dal "Don Chisciotte della Mancia" Miguel de Cervantes (1547-1616) ormai avanti negli anni, forse in prigione, progetta un'opera che ha come protagonista un cinquantenne, un piccolo proprietario terriero del suo tempo che dopo letture accanite di romanzi cavallereschi, molti dei quali senza testa né coda, crede di essere un Cavaliere errante. Alonso Quijano soprannominato "il buono" diventato Don Chisciotte decide di darsi all'avventura andando in giro per la Spagna a radrizzar torti, mosso dall'amore platonico per una contadinotta del suo paese, vista 4 volte in tutta la sua oziosa e miseranda vita. Nonostante i continui rovesci della sua tristissima esistenza, Cervantes riesce a farci ridere. Seguiamo senza batter ciglio le vicende comico-picaresche di Don Chisciotte considerandolo di primo acchito un folle qualunque. Lentamente, pero', addentrandoci nel romanzo, il nostro giudizio cambia. Ciò che ci colpisce è la sua resilienza ai fatti della vita, la sua capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, armato di una fede e una serietà di intenti eroica, impareggiabile. E' sicuramente un folle, ma un folle dai pensieri lievi, limpidi, cristallini. Parla di ingiustizie da sanare, di difesa dei deboli, di libertà, di giustizia divina e di giustizia degli uomini, di compassione, di misericordia... Cosi' egli risponde al curato, uno dei tanti che lo vogliono far rinsavire: "...Cosi' voi non credete ai romanzi cavallereschi...da quando sono un Cavaliere errante mi sento più coraggioso, misurato, generoso, cortese, liberale, garbato, audace, tollerante, paziente, resistente alla fatica... È come se il nostro antieroe sfuggito al controllo e all'ironia del suo autore difendesse le sue tesi con rigore e convinzione: quando un'opera letteraria incendia i cuori e da' consolazione alle vite degli uomini, muovendoli all'azione allora e' da considerarsi "vera". Don Chisciotte quindi difende i romanzi cavallereschi in virtù di quella metamorfosi interiore che essi hanno prodotto in lui, una metamorfosi che prende corpo anche nel lettore stesso del romanzo di Cervantes che come per magia, sposa molte delle tesi del folle e soffre insieme a lui delle continue busse e burle che lo incalzano per tutta l'opera. Niente è però casuale. "Il Don Chisciotte della Mancia" (1^parte 1605; 2^parte 1615) è ancora figlio di quel pensiero rinascimentale che utilizza come metodo di conoscenza del mondo "la similitudine". Il macrocosmo e il microcosmo, il cielo e la terra, gli Uomini e gli animali, le piante sono un tuttuno che può essere conosciuto trovandone le analogie, i punti in comune, le corrispondenze. Ecco che l'uomo rimanda alla terra: la carne è la sua zolla, le ossa sono rocce, le vene sono come grandi fiumi; Il suo volto rimanda al cielo: gli occhi sono stelle che irradiano luce come astri nell'oscurità... Ed è così che si muove anacronisticamente Don Chisciotte, sforzandosi di trovare similitudini tra i romanzi cavallereschi letti tanto avidamente e la realtà prosaica che lo circonda. Ma ahimè...i mulini a vento non sono giganti, pecore e montoni non sono eserciti... Il nuovo pensiero seicentesco che avanza si fonda non più sull'essere "come" , bensi' sulla differenza, sulla diversità, sullo studio identitario dei segni. Il mondo non è più un tuttuno, ma tutto viene catalogato dalle diverse discipline secondo ordine e misura. Nasce la tassonomia e con essa le scienze naturali. Questa grande Verità che si frammenta in tante piccole verità relative è cosa difficile da accettare per chiunque, non solo per Don Chisciotte. Insomma... il nostro antieroe, una mattina esce di casa e non riconosce più il suo mondo, ciononostante si sforza con coraggio, fino alla morte, di trovare corrispondenze con una "idea di mondo" che sopravvive solo nel ricordo dei suoi libri tanto amati. Ma oramai trovare le antiche similitudini è un compito lasciato solo al pazzo o al poeta... L'incredibile modernità che il romanzo conserva nel suo scorrere via nei secoli ci rimanda al destino che noi, suoi figli condividiamo con il nostro Hidalgo di fronte a una società che oggi come allora ha perso la bussola e che epidemia, guerra, crisi energetica e ambientale ci hanno reso irriconoscibile e inquietante. Ed e' cosi' che Alonso Quijano il Buono alias Don Chisciotte come una voce "numinosa" dal profondo, inneggia a pensieri semplici e lineari, fedeli a degli ideali. Ci invita a resistere, a difendere la nostra unicità e ad agire perché sanare ingiustizie, difendere i più deboli, parlare di diritti e libertà di fronte a un mondo che cambia non è più puro idealismo, ma mai come oggi, necessità.
19 ottobre 2022
Consiglio di lettura - estiva
Questa estate ho letto il "Don Chisciotte", un'opera che colpisce per gli innumerevoli piani di lettura e interpretazioni. Da qui partono alcune piccole, modeste riflessioni su questo enorme materiale che Cervantes ci ha lasciato come eredità collettiva. Riflessioni sparse ispirate dal "Don Chisciotte della Mancia" Miguel de Cervantes (1547-1616) ormai avanti negli anni, forse in prigione, progetta un'opera che ha come protagonista un cinquantenne, un piccolo proprietario terriero del suo tempo che dopo letture accanite di romanzi cavallereschi, molti dei quali senza testa né coda, crede di essere un Cavaliere errante. Alonso Quijano soprannominato "il buono" diventato Don Chisciotte decide di darsi all'avventura andando in giro per la Spagna a radrizzar torti, mosso dall'amore platonico per una contadinotta del suo paese, vista 4 volte in tutta la sua oziosa e miseranda vita. Nonostante i continui rovesci della sua tristissima esistenza, Cervantes riesce a farci ridere. Seguiamo senza batter ciglio le vicende comico-picaresche di Don Chisciotte considerandolo di primo acchito un folle qualunque. Lentamente, pero', addentrandoci nel romanzo, il nostro giudizio cambia. Ciò che ci colpisce è la sua resilienza ai fatti della vita, la sua capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, armato di una fede e una serietà di intenti eroica, impareggiabile. E' sicuramente un folle, ma un folle dai pensieri lievi, limpidi, cristallini. Parla di ingiustizie da sanare, di difesa dei deboli, di libertà, di giustizia divina e di giustizia degli uomini, di compassione, di misericordia... Cosi' egli risponde al curato, uno dei tanti che lo vogliono far rinsavire: "...Cosi' voi non credete ai romanzi cavallereschi...da quando sono un Cavaliere errante mi sento più coraggioso, misurato, generoso, cortese, liberale, garbato, audace, tollerante, paziente, resistente alla fatica... È come se il nostro antieroe sfuggito al controllo e all'ironia del suo autore difendesse le sue tesi con rigore e convinzione: quando un'opera letteraria incendia i cuori e da' consolazione alle vite degli uomini, muovendoli all'azione allora e' da considerarsi "vera". Don Chisciotte quindi difende i romanzi cavallereschi in virtù di quella metamorfosi interiore che essi hanno prodotto in lui, una metamorfosi che prende corpo anche nel lettore stesso del romanzo di Cervantes che come per magia, sposa molte delle tesi del folle e soffre insieme a lui delle continue busse e burle che lo incalzano per tutta l'opera. Niente è però casuale. "Il Don Chisciotte della Mancia" (1^parte 1605; 2^parte 1615) è ancora figlio di quel pensiero rinascimentale che utilizza come metodo di conoscenza del mondo "la similitudine". Il macrocosmo e il microcosmo, il cielo e la terra, gli Uomini e gli animali, le piante sono un tuttuno che può essere conosciuto trovandone le analogie, i punti in comune, le corrispondenze. Ecco che l'uomo rimanda alla terra: la carne è la sua zolla, le ossa sono rocce, le vene sono come grandi fiumi; Il suo volto rimanda al cielo: gli occhi sono stelle che irradiano luce come astri nell'oscurità... Ed è così che si muove anacronisticamente Don Chisciotte, sforzandosi di trovare similitudini tra i romanzi cavallereschi letti tanto avidamente e la realtà prosaica che lo circonda. Ma ahimè...i mulini a vento non sono giganti, pecore e montoni non sono eserciti... Il nuovo pensiero seicentesco che avanza si fonda non più sull'essere "come" , bensi' sulla differenza, sulla diversità, sullo studio identitario dei segni. Il mondo non è più un tuttuno, ma tutto viene catalogato dalle diverse discipline secondo ordine e misura. Nasce la tassonomia e con essa le scienze naturali. Questa grande Verità che si frammenta in tante piccole verità relative è cosa difficile da accettare per chiunque, non solo per Don Chisciotte. Insomma... il nostro antieroe, una mattina esce di casa e non riconosce più il suo mondo, ciononostante si sforza con coraggio, fino alla morte, di trovare corrispondenze con una "idea di mondo" che sopravvive solo nel ricordo dei suoi libri tanto amati. Ma oramai trovare le antiche similitudini è un compito lasciato solo al pazzo o al poeta... L'incredibile modernità che il romanzo conserva nel suo scorrere via nei secoli ci rimanda al destino che noi, suoi figli condividiamo con il nostro Hidalgo di fronte a una società che oggi come allora ha perso la bussola e che epidemia, guerra, crisi energetica e ambientale ci hanno reso irriconoscibile e inquietante. Ed e' cosi' che Alonso Quijano il Buono alias Don Chisciotte come una voce "numinosa" dal profondo, inneggia a pensieri semplici e lineari, fedeli a degli ideali. Ci invita a resistere, a difendere la nostra unicità e ad agire perché sanare ingiustizie, difendere i più deboli, parlare di diritti e libertà di fronte a un mondo che cambia non è più puro idealismo, ma mai come oggi, necessità.
29 maggio 2022
Approfondimento Daniele Del Giudice
Il libro del mese di aprile, Atlante Occidentale di Daniele del Giudice, ci ha fatto conoscere un autore molto interessante che è stata una rivelazione per alcuni e una conferma per altri. Alcuni di noi non hanno resistito alla tentazione di andare oltre a quell'Atlante e leggere altri libri e altre sue testimonianze.
Raccogliamo con piacere quella di Patrizia
"Staccando l'ombra da terra"
Ogni racconto di quest'opera diventa territorio circoscritto di una particolare esperienza di volo in un crescendo continuo tra tempo passato e tempo presente. Il libro è un viaggio a ritroso nell'infanzia dell'autore quando ha origine il suo interesse per "le Cose", la sua predisposizione per la meccanica degli oggetti e la passione per il volo. Un ritorno anche ai tempi eroici degli aerosiluranti e degli aviatori della seconda guerra mondiale quando dalla conoscenza del pilota dipendevano gli esiti delle missioni aeree e i destini degli uomini.
Se uno dei nodi centrali di tutta l'opera di Del Giudice è il rapporto dell'uomo con le cose che lo circondano anche le emozioni che in questo rapporto nascono, giocano un ruolo non secondario. Tecnica e sentimento dunque apparentemente inconciliabili si fondono in un legame intenso che si fa letteratura. L'autore, raccontandoci il suo desiderio infantile di essere un aeroplano, non tralascia quel "sentimento di responsabilità" che la cosa-aeroplano sente nei confronti degli esseri umani che trasporta. Anche nelle azioni aeree della Regia Aeronautica descritte nel dettaglio, l'autore non dimentica di raccontare gli uomini e il loro voler essere gruppo, equipaggio con uno spirito antidivistico che era "la loro misura sentimentale".
Un passato quindi in cui le vicende dei piloti generavano un' energia che mischiava insieme capacità tecnica, paura, euforia, senso del dovere, ma è nel presente che l'autore guarda quando si chiede quale significato abbia oggi, nell'epoca dell'elettronica e dell'automatismo "diventare piloti" e che senso abbia la conoscenza del pilota.
Sembra che qui la risposta rimanga sospesa, nascosta tra le righe, nel passaggio sottile che va dall'esperienza del volo all'esperienza della vita. I bei racconti "Fino al punto di rugiada" e "Manovre di volo" aprono a prospettive più intime e personali. Volo e Vita messi a confronto dunque tra similitudini e differenze. E così:
"Ti perdesti una mattina in volo come ci si perde nella vita...scivolando a poco a poco nel non trovarsi più..."
Anche il linguaggio usato, importato dalla tecnica e dai manuali si arricchisce di nuovi significati e nuove percezioni, facendosi più poetico e forse a tratti intimista quando il volo diventa viaggio interiore nel mondo dei sentimenti.
26 aprile 2022
Gruppo di lettura _ Mese di febbraio: Notte tenebricosa di Giorgio Manganelli
Autore: Giorgio Manganelli
Editore: Graphe.it
Con testo di Lietta Manganelli
Anno 2021
30 gennaio 2022
Gruppo di Lettura _ Mese di gennaio: La musica
La musica nella letteratura e nelle nostre vite è stato il tema dell’incontro del Gruppo di lettura che ha accompagnato il saluto all’anno vecchio e l’avvio del nuovo anno. Nel tepore del salotto letterario della Casa con l’arco, in pochi, distanziati e arieggiando i locali abbiamo lasciato che le note, il ritmo e soprattutto le nostre considerazioni uscissero dalle pagine e si diffondessero nello spazio. Abbiamo dovuto fare ordine e comprendere quali fossero gli argomenti e come trattarli, vista la vastità delle suggestioni e soprattutto i tanti punti di vista di questo affascinante mondo. L’invito alla riflessione era partito qualche mese fa intrecciando la musica creata e suonata con l’aspetto emotivo e coinvolgente che possono suscitare alcune canzoni. Da qui la domanda: perché fin dall’inizio del mondo la musica è così importante, perché la sentiamo, perché fa parte di noi?
Invitati a leggere il libro di Nicola Campogrande “Occhio alle
orecchie: come ascoltare musica classica e vivere felici” ci siamo poi confrontati
allargando gli orizzonti e portando ognuno di noi libri che avessero attinenza
con la musica misurandone le diverse influenze.
Qualcuno di noi ha approfondito l’aspetto organico tecnico del suono, ciò che la musica produce a livello cerebrale, i neuroni che vengono interessati e come rispondono alle sollecitazioni. Questo è quanto tenta di spiegarci Daniele Schon nel suo “Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo”. In questo viaggio nell’affascinante mondo delle neuroscienze l’autore ci conduce per mano dentro le orecchie e tra le pieghe degli emisferi cerebrali per cercare di riconoscere e nominare ciò che la musica produce e muove: se sia una forma di linguaggio e quale potrebbe essere la funzione rinnovata da attribuirle per la maturazione di un popolo e della sua cultura.
Ma da dove nasce la musica? Forse dal nostro ritmo interiore, forse dal battito del cuore materno, l’essere umano ha bisogno di ritmi e cadenze per rassicurarsi, per sfogare le situazioni di tensione, pensiamo alle ninne nanne, alle filastrocche, ai canti popolari dei lavoranti, ai canti della guerra, alla semplice canzoncina sussurrata mentre si stira o si guida, ci si avvicina così a grandi passi alla letteratura, alla metrica delle poesie, all’uso degli esametri e delle ottave utilizzate per rendere lo scalpitio di un cavallo o la lentezza del procedere di un passo. Rita ci legge delle poesie tratte dal Bestiario di Pablo Neruda (con le magiche illustrazioni di Luis Scafati) e con la lettura cerca di riportarci ad un’immedesimazione tra il gatto e le parole scelte per descriverlo. Legge poi un’altra poesia tratta da Acqua di Laguna di Mario Stefani e seguendola dentro i versi sembra di scorgere quell’osmosi città-laguna tanto cara al poeta. Tullio, segue la stessa strada e sceglie Giovanni Verga per sperimentare l’uso del linguaggio verista capace di trasmettere la lentezza del paesaggio siciliano, il lento trascorrere del tempo, la digressione del pensiero facendoci notare come quella sorta di ritornello nominale “Di Mazzarò” possa essere percepito come un suono di un tamburo, che richiama la forza della proprietà, della terra oggetto della novella “La roba”.
Come non
ricordare su questo tema parola-musica “La pioggia nel pineto” magnifico
esempio di quanto l’utilizzo di alcune parole e addirittura di alcune lettere
possano trasformarsi nel suono di un agente atmosferico come la pioggia.
Il passaggio
dalla poesia alla letteratura avviene con un libro scelto da due partecipanti “Madrigale
senza suono” di Andrea Tarabbia, qui la musica è protagonista della vita di
un uomo vissuto nel medioevo, il principe Carlo Gesualdo da Venosa, narrata da
Igor Stravinskij, che durante un suo viaggio a Napoli si imbatte nella storia
di quest’uomo che nella vita avrebbe voluto solo comporre e cacciare e che
invece viene richiamato ai doveri di politica e di potere e distolto dalla
grande missione della sua vita: la composizione di sette madrigali che dovevano
segnare la fine di un’epoca musicale e l’inizio di una nuova. La sua vita
condizionata dal compito che gli viene assegnato e dall’uxoricidio viene
raccontata da Gioacchino Arditty, compagno di vita del Principe. Dal manoscritto
finito nelle mani del compositore russo, come in un gioco di matrioske, si vedono
aprirsi porte e cunicoli sul periodo rinascimentale, un’indagine approfondita e
densa sul ruolo del dolore nella creatività degli artisti, la convivenza tra la
capacità di compiere crimini efferati e la sensibilità geniale della
composizione musicale, l’eterna lotta tra potere e coscienza personale, la
sfida tra medicina scienza e stregoneria; la ricerca infine della musica
perfetta, con lo scopo di adattarla all’infinito astronomico e il limite
intrinseco di doverla scrivere e limitare sul pentagramma.
Qualcuno esprime il disaccordo attribuendo alla parola musica
quella forma d’arte che trova collocazione nella maestosità di un teatro con
un’orchestra che guidata da un maestro renda tutta la meraviglia della
perfezione contenuta nello spartito e alla quale approcciarsi preparati,
studiando per poter abbandonarsi alla bellezza del suono con la giusta
consapevolezza. Come sempre i cerchi concentrici di un tema così ricco sono
infiniti e allora che ruolo possono avere le canzoni, le canzonette, i testi
della musica che passa alla radio e che tanta parte delle nostre vite assorbe e
ritorna nel tempo. Mario suggerisce la lettura di “Come funziona la musica”
di David Byrne, fondatore dei Talking Heads, per rispondere all’importanza
delle dimensioni spazio-tempo nell’ascolto. Molta rilevanza viene data
dall’autore allo spazio dove la musica viene prodotta che quasi condiziona la
produzione stessa (si scrive la musica anche per raggiungere alcune persone in
alcuni luoghi definiti), analizzandone l’evoluzione affiancata alla modifica
del modo di vivere del pubblico, alle abitudini e adattandola ai nuovi
strumenti e perché no agli eventi
sociopolitici.
La commistione tra i linguaggi è anche il nucleo attorno al quale ha preso forma il breve racconto “Sonata a kreutzer” di Lev Tolstoj, il contributo di Vasile. Un racconto dai toni forti e intensi che si svolge all’interno del vagone di un treno. In questo piccolo ambiente un uomo racconta all’amico -narratore dell’omicidio della moglie a seguito del suo sospetto tradimento con un musicista. Quando i due amici suonano la sonata le sensazioni che questa provoca sulla mente dell’esecutore non solo rafforza l’idea ma confonde quasi la sintonia delle note con quella dell’immaginazione carnale dei due corpi uniti. Qui la musica rivela e chiarisce.
Chiudiamo con un contributo a distanza di Patrizia che ha letto per noi "Il nipote di Wittgenstein. Un'amicizia" di Thomas Bernhard. Il libro è un tributo al grande amico, Paul Wittgenstein, nipote del filosofo Ludwig e uno degli eredi della nota e ricchissima famiglia austriaca Wittgenstein. Vi è in quest'opera una correlazione stretta tra tre temi: l'amicizia, la malattia e la musica. Nel 1967 l'autore e Paul W. si trovano ricoverati entrambi nell'ospedale Steinhof di Vienna. Paul viene curato per problemi psichiatrici mentre Thomas per una neoplasia al polmone. L'esperienza della malattia e la comune passione per la musica classica suggelleranno la loro lunga amicizia. La complessità della figura di Paul viene infatti raccontata attraverso la musica: grande frequentatore del Teatro dell'Opera di Vienna, capace di decretare il successo o l'insuccesso di un'opera musicale; per tre anni visita i più grandi teatri dell'opera del mondo; sa confrontare le qualità dei vari cantanti lirici del tempo; In grado di tenere una conferenza su Stravinskij e spiegare la sinfonia Haffner di Mozart come un prodigio della matematica. Bernhard traccia il filo invisibile che unisce la musica e la malattia mentale di Paul. Descrive una mente, comune a molti malati psichici, che non riesce a liberarsi dal continuo "accrescersi e ingorgarsi" di ricchezze spirituali e intellettuali tanto da "esplodere", una mente che produce ininterrottamente bellezza spirituale tanto da saper coordinare e confrontare tutto cio' che attiene alla disciplina musicale. Dopo i numerosi ricoveri in ospedali psichiatrici, Paul è solito rifugiarsi nella casa di campagna di Bernhard e seduto in cortile, ascoltando ad occhi chiusi, chiede all'amico i dischi di quei musicisti da lui amati che lo metteranno nella giusta disposizione d'animo: "un Beethoven, per favore", "un Mozart, per piacere", "uno Strauss, ... E' un libro sulla forza salvifica della musica e dell'amicizia che può lenire i dolori, le mancanze, i drammi di una vita.
L’incontro si chiude con la lettura di una bella poesia di Valerio
Magrelli dal titolo “Musica”
- Occhio alle orecchie: come ascoltare musica classica e vivere felici _ Nicola Campogrande _ Ponte alle grazie 2015.
- Bestiario _ Pablo Neruda _ Guanda 2021
- La roba _ Giovanni Verga _ Mondadori 1976
- Acqua di Laguna _ Mario Stefani _ 1991
- Madrigale senza suono _ Andrea Tarabbia – Bollati Boringhieri 2019
- Il giardino del Mediterraneo: storie e paesaggi da Omero all’Antropocene _ Giuseppe Barbera _ Il Saggiatore 2021
- Come funziona la musica _ David Byrne – Bompiani 2014 _ trad A. Silvestri
- Perché ci piace la musica: orecchio, emozione, evoluzione _ Silvia Bencinelli _ Sironi 2007
- Musica provata _ Erri de Luca _ Feltrinelli 2014
- Le vie dei canti _ Bruce Chatwin _ Adelphi 1995 _ trad: Silvia Gariglio
- Sonata a kreutzer _ Lev Tolstoj _ Einaudi 1953 _ Trad Leone Ginzburg
- Valerio Magrelli _ Poesie
- Thomas
Bernhard _ Il nipote
di Wittgenstein. Un'amicizia _ Adelphi 1989 _
Trad Renata Colorni
16 dicembre 2021
14_ FONDAMENTA DEGLI INCURABILI : VENEZIA
12 Dicembre 2021
Se appena mi fossi voltato, avrei visto la Stazione in tutto il suo splendore rettangolare fatto di neon e di urbanità, avrei visto le lettere di scatola che dicevano Venezia. Ma non lo feci, il cielo era pieno di stelle invernali, come accade spesso in provincia. Da un momento all’altro un cane poteva abbaiare in lontananza; oppure poteva farsi vivo un gallo. Con gli occhi chiusi contemplai un ciuffo di alghe impigliato in uno scoglio – alghe sotto zero che si aprivano a ventaglio contro lo scoglio umido, forse invetriato dal ghiaccio, in qualche punto dell’universo, uno qualunque, non importava. Io ero quello scoglio, e il palmo della mia mano sinistra era quel ciuffo, quel ventaglio di alghe marine.
È questa la mia ambizione. Se finisco fuori strada,
è perché qui succede
continuamente, con tante strade fatte d’acqua. Da queste pagine, in altre parole,
potrà non venir fuori un racconto, una storia, bensì il fluire di un’acqua limacciosa
«nella stagione sbagliata dell’anno». A volte appare azzurra, a volte grigia o
bruna; invariabilmente è fredda e non potabile. Il motivo per cui mi ingegno a
filtrarla è che contiene tanti riflessi, tra i quali il mio.
Non stupisce che di giorno si colori di verde, come il fango, e diventi nera come la pece di notte, quando fa concorrenza al firmamento. È un miracolo che, dopo essere stata accarezzata e strapazzata per oltre un millennio, non abbia falle, sia ancora H2O – ma è meglio non berla –, riesca ancora ad alzarsi. Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione: le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli «legati» dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese di Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale. La musica, s’intende, è ancora più grande dell’orchestra; e non c’è mano che possa voltare il foglio.
Libro del mese di Novembre 2021 - Fondamenta degli incurabili - Iosif Aleksandrovič Brodskij
I vari punti di vista ci hanno portato a delle riflessioni politiche - economiche ambientali che si sono spartite lo spazio con reminiscenze esperienziali e a rimandi ai tanti libri scritti su Venezia.
13 luglio 2021
Libro del mese di Maggio 2021 - Il quinto figlio - Doris Lessing
Diversità, discriminazione, evitamento, segregazione, sono
tematiche quotidiane di discussione, di cronaca, di tentativi di egualitarismo
che hanno come fine ultimo il tentativo di affermare il protagonismo di ogni
essere umano che vive su questa Terra. Un fine ambizioso e soprattutto
minacciato ogni giorno da antichi pregiudizi, convenzioni sedimentate nelle
mentalità, valutazioni rigide e definite.
La lettura di questo romanzo scritto dal
Premio Nobel Doris Lessing, ha aggiunto anche le osservazioni del nostro gruppo di lettura al panorama di un tema così ampio e così lungamente trattato. Il quinto figlio
è la storia di una famiglia che nella sua tensione all'ideale, viene, ad un
certo punto, disturbata dalla nascita di un figlio che non si ordina
all'interno del nucleo ma se ne distoglie creando una sorta di frattura che
ogni elemento cerca a modo suo o di sanare o rimuovere.
Utili si rivelano le testimonianze di casi riconducibili all'oggetto del romanzo. Rita e Daniela, ex insegnanti, testimoniano molti episodi scolastici con protagonisti bambini problematici i cui genitori manifestano tutta la loro inadeguatezza e denunciano un apparato scolastico che non è, ancora, in grado di supportarli come dovrebbe o di creare modelli adatti a queste situazioni, il sostegno così chiamato diventa perciò un contenimento più che un'opportunità.
Il protagonista della storia è Ben il quinto figlio di Harriet e David, che fin dalla nascita, crea scompiglio per il colore della pelle, per il fisico grosso, muscoloso, forte. E' un bambino che suscita spavento terrore e mette a disagio chiunque gli si avvicini, un bambino spaventoso, capace di mettere a disagio chiunque lo guardi, non si inserisce nel contesto di famiglia perfetta armonica e affettuosa il cui modello era così ammirato dalla società. Appare da subito un essere figlio della Natura più che di esseri umani incapace di riconoscenza e affetto, quasi un essere preistorico che sopravvive per se stesso con atti violenti ed estremi. Qui avviene la frattura: la famiglia che prima costituiva un ideale quasi da onorare ora viene evitata ed emarginata. La soluzione per riafferrare l'ambita felicità e il proprio spazio autorevole nel mondo sembra quella di eliminare la "mela marcia", allontanandola per evitare che, come dice Daniela, l'elemento famiglia "salti", si rovini. La corsa verso la felicità, la fame di perfezione, scatena una sorta di "temporale" esistenziale, interpretato quasi come una vendetta come una punizione all'arroganza alla superbia di ottenere il tutto.
Anche la scelta della mamma di riportare a casa il figlio, chiuso nell'istituto come soluzione per ritrovare l'ordine famigliare, accende opinioni e riflessioni. Così, se istintivamente verrebbe da pensare all'infinito amore materno che vince su tutto, più approfondita si fa l'analisi più convergono altre osservazioni: il placare un senso di colpa, il senso dell'ingiustizia nei confronti della società, il senso del doverlo fare. Non vi si riconosce l'ancestrale amore materno incondizionato, prova ne è l'immediata conseguenza ad un atto potente forte quale quello della madre che affronta da sola il viaggio di ritorno esposta ad un grande pericolo; una volta rientrato in casa, infatti, il ragazzo non viene accolto dall'amore o da una disponibilità famigliare ritrovata, ma accudito dalla televisione che gli offre un mondo accattivante che lo attrae e lo allontana ancora di più dal nido originario.
Ed è qui che già si intravvede il finale: lasciare che Ben intraprenda la sua strada, rinunciando al sogno così ormai pregiudicato dalla realtà. Solo che la sua è una strada "diversa", diversa persino dall'altra presenza di ragazzina down che però nella sua problematicità è inserita nel contesto e quindi amata e accettata. Ben non si può ricondurre a nessuno dei modelli se non a quello selvaggio violento pericoloso anaffettivo e quindi attratto da un mondo di delinquenza e di malefici che gli adulti guardano e denigrano a distanza.
Il linguaggio usato da Lessing in questo romanzo non poteva che essere crudo, duro, spigoloso anche se la lettura è scorrevole e chiara e per questo il libro è piaciuto, anche nei risvolti secondari: la descrizione di una società accelerata e mossa da desiderio di affermazione, in ogni caso e a volte anche contro logica, la concezione del "brutto" che rovina l'immagine, il mancato sforzo nel considerare il "non convenzionale" in modo relativo discostandosi dal personale punto di vista, qualche richiamo al libro di Suskind "Il Profumo", per la presenza di un essere al limite dell'umano, al confine con il mondo magico. Al centro delle nostre riflessioni rimane comunque l'inadeguatezza di una struttura sociale che smette di funzionare appena il meccanismo si inceppa per un corpo estraneo e il finale non può essere che quello ricorrente e quasi universale nella letteratura : nessuno è felice a questo mondo.




