13 aprile 2021

Consiglio di lettura di aprile - Terzo - La donna del tenente francese _ John Fowles


 


LA DONNA DEL TENENTE FRANCESE

Autore: John Fowles

I edizione 1969

Traduttore E. Capriolo

La donna del tenente francese" pubblicato nel 1969 e ambientato nell'Inghilterra del 1867, sembrerebbe seguire le regole del romanzo vittoriano. Questo potrebbe anche bastare per garantire al suo autore un modesto successo editoriale.

La novità assoluta del libro che ne vale la lettura è la partecipazione continua, "intrusiva", molto ironica dello scrittore, garantendo uno sguardo moderno o forse è meglio dire "postmoderno" agli eventi del 1867. Si impone al lettore come narratore democratico, sono i suoi personaggi a suggerirgli cosa dire e come agire. Crea 3 diversi finali all'opera e alla fine non resiste alla tentazione di "entrare fisicamente" nel romanzo stesso come testimone (moderno Mefistofele?) delle sofferenze di Charles.

La storia, vista con gli occhi indagatori e al tempo stesso dissacranti di Fowles, racconta il periodo vittoriano con le sue contraddizioni e con i suoi principi refrattari a qualsiasi cambiamento, ma anche con i suoi balzi in avanti confermati dalle opere scientifiche ed economico-sociali pubblicate in quel periodo ("L'origine della specie" 1859, "Il Capitale" 1867, "La servitù delle donne" 1869) che spesso aprono i capitoli del romanzo. Tutto ciò si ripercuote nelle vicissitudini sentimentali dei protagonisti.

La donna del tenente francese, l'enigmatica, la misteriosa, la reietta Sarah con il suo bisogno di libertà, simbolo precoce di emancipazione non è altro che lo strumento che consentirà a Charles, di trasformarsi in un uomo nuovo, rompendo con il passato e segnando così il tramonto di una intera epoca.

Patrizia

11 aprile 2021

Approfondimento: La corsara - ritratto di Natalia Ginzburg

 

LA CORSARA- RITRATTO DI NATALIA GINZBURG

Autore: Sandra Petrignani

Editore: Neri Pozza 2018

Durante l'incontro del nostro Gruppo di lettura di marzo ci siamo confrontati sul libro di Natalia Ginzburg "Lessico famigliare". Per apprendere di più sul carattere di questa grande scrittrice  e per svelare qualche dubbio o qualche perplessità che ha lasciato il romanzo, mi sono sentita di consigliare  la lettura di "La corsara",  il ritratto che di Natalia fa Sandra Petrignani, autrice appassionata di ricerca dei luoghi e degli episodi delle scrittrici di cui si è occupata. E lo fa con grande perizia e con animato trasporto  anche in questa biografia che ripercorre gli eventi più importanti della vita di Ginzburg rivelandone  angoli e particolari che aiutano ad esaltarne i lati oscuri, e al tempo stesso disegnano contorni forti e riusciti di una grande donna della nostra letteratura.

D'altronde la stessa Natalia ammette che "se a scuola mi avessero detto qualche semplice cosa chiara sulla vita di Manzoni, le due mogli, i figli morti, le malattie, i viaggi e le discordie, se mi avessero consentito di leggere I Promessi Sposi tutto in un fiato e senza celebrarne a ogni passo la solenne maestà dello stile, li avrei capiti un po' prima". Ecco perché conoscere la vita di questa autrice ci aiuterà a capire meglio le sue opere e gli intenti che le sottendono.

Le sue importanti amicizie maschili, la grande avventura editoriale iniziata all'Einaudi, il timore reverenziale ma anche l'enorme stima per Elsa Morante, la sua vita matrimoniale di sposa, di madre e di nonna, la sua tristezza e la sua determinazione, il gusto e l'intuizione per le buone opere. Nelle 450 pagine di questo libro c'è tutto questo e  vi si trova l'individuo Natalia immerso nella società italiana di anni particolarmente difficili ma anche coraggiosi e incendiati di vitalità e cambiamento.

Il matrimonio con Leone le darà il cognome al quale non vorrà rinunciare nemmeno dopo la morte di lui ed è lei stessa a descrivere chi è il genere di uomo che vuole accanto -  "La cosa strana con questa persona è che ci sentiamo sempre così bene e in pace, con un largo respiro ... con la fronte che era stata sempre così aggrottata e torva per tanti anni, d'un tratto distesa...questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede una infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto  il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli. E lasciamo la nostra casa e andiamo a vivere con questa persona per sempre".

E sarà lui a lasciarle le linee guida per la vita dopo la sua morte "normalizza appena possibile la tua esistenza, lavora, scrivi, sii utile agli altri"

Un libro ricco di affermazioni della stessa Natalia, che con un lavoro davvero eccezionale Petrignani raccoglie dalle sue opere, dalle interviste, dai ricordi degli amici e colleziona in un affresco reale che risponde allo stile che abbiamo incontrato nella lettura del Lessico, a quel ruolo dell'autore appartato che descrive con sensibile distanza emotiva ciò che succede intorno a lei. In realtà ogni personaggio porta i segni di chi scrive "i miei personaggi erano la gente del paese, che vedevo dalle finestre e incontravo sui sentieri. Non chiamati, non richiesti erano venuti nella mia storia ... e da allora, sempre, quando usai la prima persona, m'accorsi che io stessa, non chiamata, non richiesta, m'infilavo nel mio scrivere".

A proposito dell'utilizzo della prima persona è interessante l'ammirazione che dichiara per la capacità di scrivere di Elsa Morante "L'ho ammirata molto, e sentivo anche dell'invidia, perché lei usa la terza persona, e a me questo è sempre stato impossibile. Io voglio il distacco però non riesco a scrivere che in prima persona... Elsa Morante quando scrive riesce a raggiungere l'altezza delle montagne.. non mi è mai riuscito di salire sulle montagne e vedere tutto dall'alto, non mi è mai riuscito. Invece era questo cui aspiravo".

Soffrirà per questo senso di inferiorità, in parecchie occasioni, mantenendo sempre però un infinito rispetto per la grandezza della Morante, con la quale condivideva un pensiero piuttosto ostico del femminismo. Le due donne appartenevano ad una generazione precedente al femminismo, un concetto fastidioso per loro, "roba da ingenue fanatiche protestatarie, ridicole".  Entrambe, in virtù della considerazione che avevano per la loro letteratura,   mai avrebbero voluto essere classificate scrittrici femminili, si ritenevano distanti da una letteratura carica di sentimentalismo, manierismo, emotività, sdolcinatezza. I loro miti erano maschili.

Tornando allo svelamento del nostro oggetto di lettura ecco in aiuto le parole di Petrignani, che definisce il Lessico famigliare la madeleine della traduttrice di Proust.  Nella traduzione della Recherche, Ginzburg, si convince che  "è impossibile possedere il segreto di un essere umano e che il passato sprofonda inevitabilmente nella dimenticanza e nella cancellazione. Ma l'eco di una frase balorda, il proverbio strampalato, un'intonazione, un nomignolo hanno il potere incantato di restituire l'attimo fuggitivo, la persona scomparsa, non però quello di dissiparne il segreto. L'intento di Natalia non è mai stato di scrutare dentro l'anima dei suoi personaggi: lei desidera solo rappresentarli, metterli in scena. E poi, che se la cavino da soli."

E a proposito del suo lavoro di traduzione afferma: " Tradurre significa appiccicarsi e avvinghiarsi ad ogni parola e scrutarne il senso. Seguire passo passo e fedelmente la struttura e le articolazioni delle frasi. Essere come insetti su una foglia o come formiche su un sentiero. Ma intanto tenere gli occhi alzati a contemplare l'intero paesaggio, come dalla cima di una collina. Muoversi molto adagio, ma anche molto in fretta, perché in tanta lentezza è e deve essere presente anche l'impulso a divorare la strada. Essere formica e cavallo insieme. Il rischio è sempre di essere troppo cavallo o troppo formica. L'una e l'altra cosa sciupano l'opera. La lentezza non deve apparire, deve apparire la corsa del cavallo soltanto. Le parole nate così adagio non devono apparire striscianti o morte, ma fresche, viventi e impetuose. Il tradurre è dunque fatto di questa contraddizione insanabile. […]

Arrivati alla conclusione di questo bellissimo ritratto si ha, accanto alla sensazione di aver finalmente conosciuto la donna e la scrittrice, anche l'impressione di aver camminato con lei, che di strade ne ha percorse davvero tante con le sue scarpe basse, solide e sane, mocassini con la suola rialzata, alle quali non ha mai rinunciato e che le davano un incedere pesante, presente. Come importante fu la sua presenza, unica donna, tra i tanti intellettuali della storia dell'editoria, a sedere al tavolo della Einaudi assieme a Giulio, il padrone, a  Pavese, Balbo,  Levi,  Calvino, Morante, Quasimodo, Moravia. Ci si sente quasi in soggezione al pensiero che sia esistito un tempo in cui ad uno stesso tavolo stavano seduti insieme questi grandi nomi, o che in una stessa casa potessero trovarsi Olivetti, Turati, Foa  o che nello stesso Parlamento potessero trovare posto Pertini, Berlinguer e Nilde Iotti. E' un tempo lontano che rimpiangiamo pensando ai tavoli ai salotti al Parlamento di oggi. 

Si chiude il libro ringraziando il prezioso lavoro di Petrignani che ci ha affezionato a Nat.

 

 

 


3 aprile 2021

Consiglio di lettura di Aprile - Secondo - Un eremo non è un guscio di lumaca - Adriana Zarri

 

UN EREMO NON E' UN GUSCIO DI LUMACA

Autore: Adriana Zarri

Editore: Einaudi 2011

“Qualcuno dice che mi sono “ritirata” in un eremo; e io puntualmente reagisco. Un eremo non è un guscio di lumaca, e io non mi ci sono rinchiusa; ho solo scelto di vivere la fraternità in solitudine. E lo preciso puntigliosamente per rispondere all’obiezione che concepisce questa solitudine come un tagliarsi fuori dal contesto comunitario. E invece no. L’isolamento è un tagliarsi fuori ma la solitudine è un vivere dentro” 

Adriana Zarri, teologa, scrittrice, eremita, morta nel novembre 2010.

 Di lei avevo il ricordo legato alla trasmissione “Samarcanda” di Michele Santoro; l’ho ritrovata casualmente parecchi anni dopo grazie al suo ultimo libro Un eremo non è un guscio di lumaca” (Einaudi 2011)

La bella prefazione, curata da Rossana Rossanda, narra ne “Le mie ore con Adriana” il loro rapporto fatto di amicizia e stima.

 Erba della mia erba costituisce la parte centrale del libro, già pubblicato nel 1981.                 

E altri resoconti di vita sono testi più recenti che Zarri ha recuperato tra suoi scritti mai pubblicati prima.

Il marzo delle primule è la terza ed ultima parte, composta nel 2010 una sorta di dialogo con se stessa.

L’eremo, che sia la cascina del Molinasso dove trascorre gli anni più belli della sua vita oppure Cà Sàssino dove ad accoglierla trova anemoni bianchi, è sempre un luogo della vita e dell’anima, dove studio, meditazione e lavoro sono mescolati.

 La genuinità del racconto delle sue giornate di eremita si nutre della profondità delle riflessioni. Il ritmo delle stagioni, la vita, la natura, l’esperienza del silenzio e del  vivere solitario vengono raccontati nella quotidianità di incontri, speranze, paure.                           

Ogni capitolo è un quadro di umanità e natura, scandito dai suoni e dai silenzi, dal mutare delle stagioni con le nebbie autunnali e il canto degli uccelli in primavera.
La sua è una scrittura rigorosa e poetica, intimamente ascetica.

È un libro che va letto con lentezza, lasciato e ripreso più volte per dare il tempo ai pensieri di trovare il loro percorso.

Daniela

1 aprile 2021

Consiglio di lettura Aprile - primo- Il Diario di Jane Somers - Doris Lessing


 IL DIARIO DI JANE SOMERS

Autore: Doris Lessing

Editore: Feltrinelli 2014

Traduttore: Marisa Caramella


Accogliamo con piacere un suggerimento di lettura per scoprire una grande autrice e conoscerla meglio approfondendo con altre letture la sua capacità e il suo stile elegante e raffinato. 

"Questo libro è molte cose.
È la storia di un incontro tra due donne diverse per età, cultura, ambiente sociale.
È il diario dei passi più salienti e significativi di una amicizia al femminile.
È anche un abbraccio "empatico" tra due universi: uno fatto di giovinezza, bellezza, immagine, denaro che galleggia, chiuso come in una bolla d'aria, sul vuoto; l'altro fatto di indigenza, malattia e vecchiaia che si muove nella più cruda concretezza.
Ma credo che "Il diario di Jane Somers" sia soprattutto la storia della lenta e inesorabile metamorfosi che a seguito di questo legame Intenso, avviene nell'anima della protagonista. 

Grazie Patrizia

8 marzo 2021

Libro del mese di Febbraio 2021 - Lessico famigliare - Natalia Ginzburg

LESSICO FAMIGLIARE

NATALIA GINZBURG

EINAUDI_ 1963

Il libro di cui si è discusso nel Gruppo di lettura del 23 Febbraio è stato "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg. Un diario scritto dalla protagonista nell'arco della sua vita che dichiara le sue intenzioni: "Nel corso della mia infanzia e adolescenza mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito». Una storia la sua di una famiglia numerosa (padre, madre e cinque fratelli) ebraica e antifascista vissuta a Torino e che come tutte le famiglie costruisce una rete lessicale riconoscibile solo ai partecipanti, una rete gergale di modi di dire, di intuizioni, di esclamazioni che diventano caratterizzanti.

Questo è il primo elemento che tutti noi abbiamo sentito vicino. L'universo dentro alcune parole, alcuni motti, alcune espressioni che costituiscono un castello verbale inaccessibile agli ospiti ma che lega le entità famigliari in modo forte e autentico. "Quando ci incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia..."

L'altro elemento che ha colpito tutti è stata quella specie di leggerezza e di indifferenza unite all'ironia con le quali dietro gli episodi apparentemente insignificanti e quotidiani, Natalia lascia scorrere la storia complessa di una famiglia importante (il padre è un insegnante universitario, la madre colta e frequentatrice di persone di grande spessore, Turati, Anna Kuliscioff, i fratelli esponenti antifascisti amici di Adriano Olivetti). Non si scorge, si è detto, l'ostentazione dell'ebraismo che si trova ad esempio in un'altra famiglia celebre della letteratura, quella dei Finzi Contini, piuttosto questa condizione è vissuta come assolutamente normale. E' con l'ironia e con la scelta di raccontare episodi normali che sembra crearsi il distacco dai grandi eventi politici che costituiscono una grande cornice marginale. Non sceglie di descrivere la sofferenza o il dolore, non c'è autocommiserazione, sono spaccati di una famiglia come tante. Persino i momenti più drammatici, come la morte del marito sono trattati in modo descrittivo, quasi senza partecipazione emotiva, ma abbiamo capito essere stata una scelta dettata dall'imparzialità con cui l'autrice ha voluto raccontare i fatti che le accadevano intorno. Una famiglia in equilibrio tra letteratura, storia e scienza, formata da un padre burbero, ma tenero con modi educativi personali ma riusciti, una mamma importante che si muoveva con determinazione e quel punto di svagatezza che la rendeva leggera ma affettuosa. "...avendo mia madre quella sua natura così lieta, che investiva ed accoglieva ogni cosa, e che di ogni cosa e di ogni persona rievocava il bene e la letizia, e lasciava il dolore e il male nell'ombra, dedicandovi appena, di quando in quando, un breve sospiro"

L'elemento sul quale ci siamo soffermati di più non poteva che essere lo stile linguistico sperimentale, il linguaggio che diventa protagonista e che fa la storia. La compresenza di origini regionali diverse, la commistione di parole che determinano la lingua della famiglia è l'elemento distintivo ed innovativo. Ci hanno fatto sorridere i continui rimandi alle parole come sempio, squinzie, sbrodeghezzi, sempiezzi, fufignezzi. Parole che non hanno bisogno di spiegazioni perché identificano già il senso di un'intera frase. E mentre si ironizza e si sorride si scorgono di sottecchi gli ostacoli, le vicende dolorose, le disuguaglianze che la vita impone.

Un'importante riflessione legata sempre allo strumento verbale è stata sull'eterno, incerto confine tra fra verità e menzogna. Si è ripreso un passo importante del libro dove viene dato spazio alla scelta delle parole e al ruolo del silenzio "Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusione".

Per un approfondimento sulla scrittrice "La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg" di Sandra Petrignani

Il prossimo appuntamento è per il 30 Marzo, ci troveremo a discutere di "Gita al faro" di Virginia Woolf, uno dei libri proposti da Anna Nadotti per la rete dei gruppi di lettura del Veneto. 


15 febbraio 2021

Libro del mese di gennaio 2021 -Il Ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro _ Hisham Matar


 IL RITORNO_PADRI, FIGLI E LA TERRA FRA DI LORO

HISHAM MATAR

EINAUDI _ 2017

Traduzione: Anna Nadotti

"Il ritorno. Padri, figli e la terra fa di loro" è uno dei libri consigliati dal GdL in Veneto e più precisamente da Anna Nadotti, traduttrice e scrittrice italiana. Abbiamo raccolto il suo suggerimento e ci siamo confrontati su questa storia che  racconta la vita dell'autore strettamente legata alla ricerca della verità sulla scomparsa del padre. Quello che subito ci colpisce è che non si tratta né di un reportage giornalistico né di una vera autobiografia, ma di un racconto storico, reso  con dei tratti poetici che rendono la prosa elegante e piacevole. 

"La terra in questo paese è come un calamaio. Macchia ogni piede scalzo, ogni pneumatico e tronco d'albero di un marrone rossiccio. Tutto il resto è di un verde lussureggiante. Il cielo è vicino e luminoso. Il sole sembra quasi di udirlo"

Siamo in Libia e la storia è quella del padre di Hisham, intellettuale e attivista oppositore del regime di Gheddafi perseguitato e imprigionato dal regime  del quale si perdono le tracce. La ricerca della verità da parte del figlio è l'occasione per raccontare la storia passata e recente della Libia e della sua dittatura.

Il libro ha incontrato i giudizi positivi di tutti i partecipanti, molto apprezzata l'analisi introspettiva dei personaggi, la necessità, l'urgenza di trovare la verità, la ricerca quasi ossessiva di un corpo su cui piangere. 

"l corpo di mio padre non c’è più, ma il suo posto è ancora qui ed è occupato da qualcosa che non può essere chiamato semplicemente ricordo. È vivo ed è presente qui, ora"

Abbiamo approfondito questo concetto antico come il mondo che rende così importanti e affascinanti i luoghi cimiteriali, il culto dei morti, la cura nel prepararli, l'ultimo saluto, quasi che senza separazione dal corpo, questo rimanesse sempre parte di chi vive il lutto. Il richiamo al fenomeno dei desaperacidos dell'America latina è immediato. L'angoscia unita alla speranza crea uno stato di tensione costante che accomuna migliaia di famiglie in attesa di una certezza che sciolga in pianto il timore quotidiano. 

Le parti più faticose appartengono alle descrizioni delle torture e delle violenze perpetrate per anni nelle carceri ai prigionieri politici. E' in queste descrizioni però che si delinea l'affetto e l'ammirazione del figlio per il padre, un uomo valoroso, impegnato, con una profonda cultura e dai valori molto radicati. Un uomo che legge, scrive, recita a memoria versi per intrattenere ospiti prima, e compagni di prigionia dopo. Ancora una volta si declina l'importanza della scrittura come strumento di salvezza. 

Una delle critiche sulle quali abbiamo indagato è la quasi totale assenza delle figure femminili, o forse la loro scarsa consistenza. Appaiono sullo sfondo la madre e la moglie dello scrittore ma restano figure di contorno, di supporto, di vicinanza. Sembrerebbe non sia concesso alla donna il ruolo della protagonista nella storia di questo come di molti altri paesi, quando invece il loro coraggio, la forza, la difesa di idee e di valori hanno caratterizzato importantissimi episodi storico politici. Abbiamo tentato di giustificare questa scelta dell'autore, già evidente nel titolo, riflettendo sullo scopo del romanzo che non è quello di raccontare la storia del paese quanto piuttosto il rapporto esclusivo ed unico di due uomini un padre e un figlio e del legame indissolubile che si crea fra di loro tanto da rendere quasi incomunicabile il dolore e di rendere l'assenza una eterna presenza.

Una parte della discussione poi si è tenuta sul resoconto delle vicende storiche, qualcuno di noi reputa che l'argomento non sia stato così indagato e approfondito, molti degli episodi della storia della Libia di quegli anni (comprese le azioni italiane) forse non sono stati denunciati come si sarebbe dovuto, le efferatezze e le ingiustizie subite da migliaia di persone, i sacrifici in nome di valori politici e religiosi forse andavano descritti in modo più preciso. Ma è proprio la natura di questo romanzo che si sviluppa su piani diversi: storia, psicologia e giallo, a tratteggiare il minimo indispensabile lo sfondo politico su cui le vite prendono forma.

Nella discussione hanno trovato spazio come sempre riferimenti ad altri romanzi

"Le cose che non ho detto" di Azar Nafisi 

"Congo Inc. Il testamento di Bismarck" di Koli Jean Bofane

"I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Towes

Per un ulteriore approfondimento sull'autore il link sul Festival Dedica di Pordenone 2020 che lo ha celebrato.

http://www.dedicafestival.it/2020/it/calendario-festival-2020-novembre

E come sempre un tocco di eleganza e gusto con i disegni di Oreste #disegnaresuilibri












Prossimo appuntamento 23 Febbraio 2021 "Lessico Famigliare" di Natalia Ginzburg


17 gennaio 2021

Libro del mese di dicembre 2020 - Il sistema periodico - Primo Levi

 

IL SISTEMA PERIODICO

PRIMO LEVI

EINAUDI 1975

RIEDIZIONE EINAUDI 2014 illustrazione di copertina di Nicola Magrin

 

Ecco con un po' di ritardo il resoconto dell’ultimo incontro di lettura del 2020  che aveva per oggetto anzi per soggetto “il sistema periodico” di Primo Levi. Una raccolta di racconti pubblicata la prima volta nel 1975 e ripubblicata nel 2014 con una bella intervista di Philip Roth all’autore.

Si tratta di 21 racconti che riprendono numericamente gli elementi chimici della tavola periodica. Ogni racconto innesca una reazione che sfora il campo della chimica e approda nell’ambiente umano. Così la chimica diventa la certezza alla quale affidarci quando la vita ci mette di fronte a sbandamenti terribili. Il libro è piaciuto molto a tutti i partecipanti e le considerazioni che ne sono uscite hanno tentato di percorrere il pensiero dello scrittore. I

Interessante il punto di vista della biologa Rita che trova nell’opera l’accostamento tra  il “mestiere” del chimico e il “mestiere” di vivere molto più simili di quanto sia possibile immaginare, una visione questa che si è trasformata per lei in passione profonda e viscerale. Col suo stile asciutto e puntuale, che ha convinto tutti,  Primo Levi racconta episodi importanti per lo più autobiografici legati ai ventuno elementi chimici “ Il sistema periodico di Mendeleev ..era una poesia,  più alta e più solenne di tutte le poesie”, senza sprecarsi  in frasi inutili, descrive le disavventure, i progressi, i fallimenti,  gli orrori, le rivincite che legano i due mestieri  di cui si è parlato sopra. L’elemento chimico diventa umano e definisce alcuni dei personaggi che vengono delineati:

Zn  lo zinco: il professor P ”era un vecchio scettico ed ironico, nemico di tutte le retoriche…., intelligente, ostinato, ed arguto  di una sua arguzia trista”. L’assistente “l’irsuto Caselli…che amava P di un amore acre e polemico,..tendono a trasfondere la sostanza umana del loro Principale nel loro proprio stampo”. Fe il Ferro: Sandro, l’amico taciturno “sembrava fatto di ferro…era fatto come i gatti, con cui si convive per decenni senza che mai vi consentano di penetrare nella loro sacra pelle.” (non sono molto d’accordo!). Ni il Nichel: a Lanzo nei pressi della cava di amianto, la cui polvere ricopriva tutta la vallata ,in cui purtroppo buona parte degli abitanti troveranno la morte,”siamo chimici, cioè cacciatori….non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile…la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile” .Ce il Cerio: l’esperienza del lager , Alberto”inseparabile amico”, “la nostra fame…era un bisogno una mancanza, uno yearning, che ci accompagnava ormai da un anno…mangiare, procurarci da mangiare, era lo stimolo numero uno”.V ilVanadio: il dottor Muller, l’aguzzino riemerso dal passato, né infame né eroe un grigio, “la mia lettera e il mio libro erano per lui un’intrusione ineducata e fastidiosa…non era un tedesco perfetto, ma esistono tedeschi perfetti? O ebrei perfetti?”.C il Carbonio: ventunesima ed ultima casella, si trova la storia di un atomo di C, delle sue infinite trasformazioni, del suo viaggio, che diventa un inno innalzato alla potenza e alla perfezione della Natura, in cui troviamo tutta la poesia nascosta dentro un singolo atomo.

 L’umanizzazione degli elementi chimici è stata anche il tema della lezione del grande linguista Gianluigi Beccaria sul romanzo, tenuta nel 2018, all’università di Padova, una perfetta analisi del testo, ricca di riflessioni sulla ricerca della verità nella scienza in contrapposizione al parlare oscuro della politica del tempo. Per approfondire questo il link

https://www.lindiceonline.com/speciali/speciale-primo-levi-due-mestieri-levi/

 Un simbolo in particolare ha colpito Nadia  un po' perché si parla di Milano, un po' per la cugina Ada che lavora da Corbaccio ma anche perché esemplifica un po' tutto il libro: narrazione fluida e profonda nel senso e nei termini. Attualità spiazzante nel descrivere la forma mentis del genere umano.

“Ci proclamavamo nemici del fascismo, ma in effetti il fascismo aveva operato su di noi, come su quasi tutti gli italiani, estraniandoci e facendoci diventare superficiali, passivi e cinici.....La nostra ignoranza ci concedeva di vivere, come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro.....

Ci porta al nucleo della tragedia dalla vita quotidiana alla rivoluzione partigiana.

 Aldo, che era medico, si alzò, accese stoicamente una sigaretta, e disse: "Mi rincresce per i miei cromosomi".

La chiusura nostalgica e spaventosa nell'immagine calma del fluire gelido del fiume Dora, che ci lascia la speranza...dell'oro.

 

Si è, poi, dato spazio, come molte volte accade nei nostri incontri, alle contaminazioni artistiche e Mario ci ha colto un’assonanza testuale (riaffiorata dagli anni 80, il tempo della sua prima lettura) con la canzone  “Un chimico” di De Andrè, contenuta   nell'album "Non al denaro non all'amore nè al cielo" al quale fa da sfondo l'Antologia di Spoon River di E.Lee Masters  

 

“Ma guardate l'idrogeno tacere nel mare,

guardate l'ossigeno al suo fianco dormire:

soltanto una legge che io riesco a capire

ha potuto sposarli senza farli scoppiare

soltanto una legge che io riesco a capire"

 

In una sorta di prefazione/recensione del libro "L'altrui mestiere"  apparsa su Repubblica del 6 marzo 1985 Italo Calvino parla di un abito mentale scientifico che fornisce a Levi la misura dello scrittore e del moralista e a un costante desiderio di non fermarsi alla superficie delle cose. 

 Tornando al libro, che sempre Calvino definisce, il più primoleviano di tutti, Mario lo considera una sorta di autobiografia dove gli episodi esistenziali di Levi sono associati a elementi chimici che, a seconda delle loro peculiarità fisiche (valenze e atomi), rispondono alle sollecitazioni esterne legandosi o slegandosi. L'intreccio degli elementi che ha come contorno una fragile stabilità e una conseguente ricerca di completamento , conosciuta dall'autore come chimico, viene trasmutata dall'autore scrittore sui comportamenti sociali suoi e  degli individui che lo accompagnano. Tra le pagine del "Sistema" si può trovare un grande amore per il proprio lavoro che, come giustamente afferma Levi, è privilegio di pochi ma costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra. Insegna anche l'amore per la vita e per la scienza che mai come in questo periodo dovrebbero viaggiare appaiati. 

L’elogio del lavoro fatto bene, dell’uomo che si realizza nelle cose che fa («l’amare il proprio lavoro […] costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra»), quel mettersi continuamente alla prova. Voleva che le sue parole fossero sempre “scelte, pesate, commesse a incastro, con pazienza e cautela”, e la sintassi del periodo schiarita, anche quando doveva misurarsi con la descrizione dell’ignobile (si può dire che tanto più terso era il suo periodo quanto più torbida era la realtà da descrivere). “Pesare le parole”, “non fidarsi delle parole approssimate” .

 Lo stile narrativo asciutto e pesato è stato apprezzato anche da Daniela .Nonostante i temi di cui parla, Levi non utilizza mai la chiave palesemente drammatica, ma si muove sempre con sobrietà nel raccontare. Proprio questa sua scrittura mai eccessiva lo accomuna ad un autore da questo gruppo molto amato: Mario Rigoni Stern. I due sono stati legati da  una bella storia di rispetto ed apprezzamento reciproco.

Ecco di  seguito alcune righe scritte da loro

“C’è un posto in cui ci eravamo ripromessi di andare, noi due soli. È un lago nelle Alpi. Lo conoscevamo sia lui che io, e volevamo andarci insieme. Il nome di quel lago non lo dico perché rimane un segreto fra me e Primo. Era un appuntamento ideale, una specie di sogno. Quel lago è in quota, circondato da montagne altissime e nere. Lo si può raggiungere due o tre mesi all’anno, e allora è azzurrissimo, con mille e mille fiori accanto. Giù, molto più giù, ci sono le vacche al pascolo, gli escursionisti non ci arrivano perché non lo conoscono. Non siamo riusciti ad andarci. È rimasto il nostro sogno” (da Primo Levi, le opere i giorni, di Massimo Dini e Stefano Jesurum, Rizzoli, 1992). 

 “Che Mario Rigoni Stern esista, ha qualcosa di miracoloso. In primo luogo, perché ha del miracolo la sua stessa sopravvivenza: quest’uomo così lontano dalla violenza è stato costretto dalla sorte a fare tutte le guerre del suo tempo, ed è uscito indenne ed incorrotto dai fronti francese, albanese e russo, e dal lager nazista. Ma è altrettanto miracoloso che Rigoni sia quello che è, che sia riuscito a conservarsi autentico e schivo in quest’epoca di inurbamento suicida e di confusione dei valori”. 

E anche per questo libro, Oreste ci ha fatto dono dei suoi bellissimi disegni #disegnaresuilibri










Al prossimo appuntamento martedì 26 gennaio alle ore 19.00 con "Il ritorno - padri, figli e la terra fra di loro" di  Hisham Matar - Eianudi