Jhumpa
Lahiri: la violenza e la bellezza in Ovidio vanno trasformate per
i nuovi lettori
CLASSICO
E CANCEL CULTURE. La scrittrice di origine indiana che vive tra Stati
Uniti e Italia, lavora a una nuova traduzione del poema: qui racconta
la sua esperienza didattica a Princeton
Barbara
Graziosi, PRINCETON, NEW JERSEY
Come
leggere i classici è una domanda a cui mi sembra importante
rispondere non solo a
livello
di teoria, ma anche in pratica, considerando, per esempio, in che
modo fare lezione.
Devo
a Jhumpa Lahiri, la scrittrice di origine indiana che vive tra Stati
Uniti e Italia, una delle esperienze più belle di quest’anno:
abbiamo condiviso l’insegnamento di un corso sui
grandi
classici della letteratura occidentale, tra cui le Metamorfosi di
Ovidio. Adesso, nel caldo estivo, possiamo prenderci un momento per
riflettere su quello che, insegnando, abbiamo imparato anche noi.
Una
delle questioni centrali ha riguardato il rapporto tra immaginazione
letteraria ed esperienza vissuta sul corpo. In un momento in cui,
negli Stati Uniti, le donne stanno perdendo il diritto all’aborto,
anche in caso di stupro, ci siamo chieste quale fosse la maniera più
giusta per parlare agli studenti di violenza sessuale e,
specificamente, della metamorfosi limitante che, in Ovidio, sempre ne
consegue: dopo un atto di violenza, infatti, il personaggio umano si
trasforma in un essere inferiore – animale, albero, sasso.
Come
utilizzare le problematiche di oggi per interpretare i testi antichi?
E viceversa, come trovare nelle Metamorfosi una chiave di lettura per
la realtà presente? Allo stesso tempo, ci è sembrato importante
insistere, a lezione, sulla distanza tra letteratura e vita. A
qualche mese dalla chiusura del corso, vorrei riprendere il filo
della conversazione e ascoltare le tue riflessioni.
«I
testi antichi sono modernissimi e le Metamorfosi in particolare,
motivo per cui sto
traducendo
il poema di Ovidio insieme alla nostra collega Yelena Baraz. Ovidio
parla dimitologia: storie che non appartengono a nessuno ma che
riguardano tutti. Nel poema,
meravigliosamente
caotico, incontriamo tutti i temi più attuali e scottanti, con un
interesse
particolare
per l’appartenenza, l’identità e il genere. Ovidio si interroga
su ogni tipo di
confine
e di classificazione che ci sia: uomo-donna, animale-essere umano,
parola-
immagine,
terra-spazio, vita-morte. Parla anche molto di disastri naturali e
degli effetti del
cambiamento
climatico. Da lettrice e traduttrice percepisco poca distanza fra
quest’opera
letteraria
e la realtà di oggi. Più traduco questo testo e più mi sembra
cruciale trasformarlo
e
presentarlo a una nuova generazione. Ovidio ci fa capire, per
esempio, come il silenzio
tutt’ora
possa seguire e occultare una violenza sessuale. La vera minaccia sta
proprio nel
silenzio
e nella presunzione anticipata del silenzio. Le vittime, in Ovidio,
sono prive di voci,
sono
estraniate e ferite, non si riconoscono più. Trovo che l’empatia e
l’intuizione di Ovidio
verso
i personaggi femminili siano straordinarie. Quanto al diritto
all’aborto: qual è la
differenza,
mi chiedo, fra gli dèi che governano tutto, nell’universo
ovidiano, e la Corte
Suprema
degli Stati Uniti? Ci sentiamo, giustamente, impotenti, frustrati,
anche ribelli. Ma
alla
fine dobbiamo accettare una realtà amara: il mondo non è sotto il
nostro controllo.
Questa
è una lezione ovidiana, tra l’altro: nelle Metamorfosi, come
dicevi tu, si vede
continuamente
l’effetto degradante del potere».
Ricordo
che una studentessa, parlando di stupro, ha proposto un paragone
tra
l’effetto della bellezza femminile sull’uomo e quello della
poesia di Ovidio
sul
lettore: «Le “Metamorfosi” sono così belle che a volte mi
forzano a fare dei
pensieri
che non vorrei nemmeno concepire: per esempio mi immedesimo
con
Apollo mentre Dafne scappa disperata. Si parla sempre della violenza
degli
uomini sulle donne, ma leggendo Ovidio ho cominciato a pensare
all’effetto
che la bellezza può avere su chi guarda o anche solo su chi legge
–un effetto che può risultare nocivo e provocare ostilità». Ho
fatto del mio
meglio
per rispondere in quell’occasione: mi chiedo, Jhumpa, che cosa
avresti
detto
tu sulla bellezza e i suoi effetti...
La
bellezza in Ovidio è, in primo piano, la bellezza della sua poesia,
la bellezza della forma del testo stesso. Troviamo la parola forma
nel primo verso (In nova fert animus mutatas dicere formas /
corpora...) e poi compare dappertutto. Forma, come sai bene, è una
parola estremamente ricca in latino. Vuol dire tante cose, fra cui
aspetto, immagine, costituzione, bellezza, figura. Tornando a Dafne:
lei supplica il padre: ‘fer, pater’ inquit, ‘opem, si flumina
numen habetis; / qua nimium placui, mutando perde figuram.’
(“Aiutami, padre”, dice. “Se voi fiumi avete un potere divino,
sciogli, mutandola, questa mia forma, per cui troppo piacqui”, 1,
546-7). Io leggo figuram in questo passo come una versione di forma.
In Ovidio le parole sono fluide, cangianti, spesso i termini
scivolano l’uno dentro un altro. Ossia è la bellezza, cioè la
figura (o forma) di Dafne che va mutata. Interessante che questi
versi cruciali su Dafne richiamino l’incipit del poema, anche con
lo stesso verbo mutare. Allora, cosa ci sta dicendo Ovidio? Credo
che, per lui, ogni cosa al mondo vada cambiata e che cambierà. La
bellezza fisica è per definizione qualcosa di caduco, effimero. La
bellezza della poesia permane, ma va anch’essa trasformata (e
tradotta) per nuovi lettori. Alla studentessa direi che è importante
immedesimarsi ogni tanto anche nei punti di vista più antipatici e
violenti. Solo la letteratura ci permette questa esperienza ed è
necessaria per la nostra umanità, soprattutto in questo momento in
cui quasi tutti scalpitano per giudicare, criticare e cancellare gli
altri. Sulla bellezza poi, dobbiamo distinguere fra bellezza fisica e
superficiale, che poi per forza scompare, e bellezza sfolgorante
delle parole plasmate dal poeta, che ci parlano e ci scuotono ancora.
Parlando
di cambiamento, c’è sempre un momento, nel corso di una
metamorfosi ovidiana, in cui il soggetto non è più quello che era,
eppure non ha ancora preso nuova forma. È un momento che, lo so, ti
interessa anche dal punto di vista linguistico. Ho imparato molto,
ascoltandoti e leggendo il testo di Ovidio, sia in lingua originale
che in traduzione, insieme agli studenti: per esempio, siamo andati a
cercare il passo in cui Atteone non è più uomo ma nemmeno
completamente cervo. Mi chiedo, tra tutti gli episodi di
trasformazione e identità sospesa in Ovidio, quali siano i tuoi
preferiti. Mi sembra, poi, che le «Metamorfosi» possano riflettere
la tua esperienza di scrittrice, sospesa come ti trovi tra lingue e
culture diverse.
Ogni
trasformazione in Ovidio mi commuove. Rispondo sempre allo
smarrimento che accompagna il mutamento, lo stato sospeso e
silenzioso, la mancanza di un solo punto di riferimento: tutto ciò
spiega la mia condizione personale e creativa e la mia nuova attività
di traduttrice. Secondo me il capolavoro di Ovidio è un omaggio
continuo, forse inconscio, alla traduzione, all’idea di esistere
fra due realtà, di scavalcare i confini, di guardare allo stesso
tempo indietro e avanti. A parte Dafne, con cui mi identifico, amo
particolarmente, nel terzo libro, la trasformazione di Eco in sola
voce e, nel quinto libro, la trasformazione di Aretusa in acqua.
Per
molti anni hai diretto, a Princeton, il programma di scrittura
creativa. Da quello che mi racconti e dai corsi che hai proposto in
quel contesto, imparo, che per te è importante leggere in maniera
creativa, prima ancora di cominciare a scrivere. Forse allora
bisognerebbe pensare alla figura dell’autore non solo in termini di
originalità ma anche di metamofosi – tra lettura e scrittura, tra
opera antica e libro futuro, tra ascolto e parola. Che cosa dici
agli studenti, quando si presentano da te, in classe, col desiderio
di imparare la creatività?
Ovidio
è un po’ fissato con le origini. Il primo libro si conclude con la
parola ortus: il nascere, il principio, il sorgere. Parla di
Fetonte, un ragazzo che va in cerca del padre per capire chi sia.
Finisce in tragedia. In generale, nelle Metamorfosi, c’è
un’attenzione particolare alle origini dei personaggi, alla
provenienza, solo che poi i personaggi cambiano, radicalmente, e le
origini hanno poco a che fare con le loro nuova identità. Ovidio
allora ridefinisce la parola «originale», anche perché la sua
opera è poi una rilettura
e
una ricostituzione della mitologia, della geografia e dello spirito
della Grecia antica. Morale: anche le origini sono instabili,
fluide, e vanno interrogate, riconsiderate. Nel mio piccolo, ora che
traduco me stessa dall’italiano all’inglese, non so più cosa
significhi un testo originale. Agli studenti, in ogni caso, dico
sempre le stesse cose: leggete, imparate nuove lingue, apprezzate e
rispettate la forza della letteratura, amatela.