8 agosto 2017

PASSI STREGATI - ESTOUL (VAL D'AOSTA) SUI PASSI DI PAOLO COGNETTI

Scrive Thoureau: "Trovo sia salutare restare soli la maggior parte del tempo. La compagnia, anche delle persone migliori, risulta ben presto insopportabile e dispersiva. Amo stare da solo. Non ho mai trovato un compagno più intimo della solitudine... La compagnia di solito è cosa da poco. Ci incontriamo troppo spesso, senza avere il tempo di acquisire nuovo valore uno per l'altro... viviamo ammassati, ci intralciamo e inciampiamo uno nell'altro; e in questo modo perdiamo il rispetto reciproco..."


Passi stregati -21-23 Luglio 2017 
Passeggiata sui luoghi di Paolo Cognetti



 Letture da: Il ragazzo selvatico (2013)


... Ho trovato un larice spogliato dal fulmine a cui era successa una cosa molto strana. Un unico ramo vicino alla base era ancora in vita. Il fulmine aveva fatto male al tronco ma non al ramo che chissà come aveva cambiato direzione, cominciando a crescere in verticale, e ormai era quasi un secondo tronco.
Così adesso di quel vecchio larice ce n'erano due: uno bruciato e spoglio, l'altro pieno di gemme. Per le cose successe in questi giorni, prima ho pensato che il tronco nuovo potevo essere io, e il tronco vecchio mio padre. Poi invece ho pensato di essere tutt'e due i tronchi, quello vecchio e quello nuovo, e il fulmine era proprio la cosa che stavo aspettando, il fuoco che uccide il tuo vecchio io perché ne cresca uno nuovo. In questo caso mio padre era soltanto un altro larice del bosco. 


Le pietre del sentiero raccontavano ancora quella storia. Erano lisce e lucide e mi facevano pensare ai mercanti, ai soldati, ai contadini e ai muli che dovevano averle calpestate. Ormai vedevano più camosci che uomini. Il colle era fuori da tutte le rotte, circondato da montagne poco nobili per gli alpinisti e troppo impervie per i semplici camminatori. Il paesaggio era quanto di più selvaggio potessi desiderare: fatto di rocce rocce, creste nevai e piccoli laghi. Sullo spiazzo davanti al rifugio sventolava la bandiera italiana. Benché venisse sostituita ogni anno all'inizio di giugno, un po' alla volta durante l'estate la pioggia la consumava, così la lunghezza di quella bandiera fu la clessidra del mio tempo lassù. Quando arrivai il verde era quasi finito, se ne scorgeva appena una traccia sfilacciata nel vento. Quando me ne andai non restava che metà del bianco, un moncone di patria che rappresentava bene lo spirito del colle, il nostro vivere su un confine. 


28 luglio 2017

PASSEGGIATA ORESTE SABADIN - CASA CON L'ARCO

Casa
Casetta casina casettina casettona
Casotta casa rotta o casa rossa
Casella
Casaccia
Vado a caccia di casa
Ne adocchio una carina
Senza soffitto, senza cucina
Così a naso fa proprio al mio caso
E' fatta di pietra
Pietro si chiama il tipo che vende
Verde il prato si stende davanti
Tanti i fiori, forme e colori d'estate
Casa dolce casa mia per piccina che tu sia
In via dei sassi numero trenta nove
Se piove il tetto tiene
Viene l'inverno all'interno al caldo sto
Sto all'ombra dei rami in primavera
A leggere un libro
Una storia vera dove scorrono gli anni
Chi parla è una casa
Racconta se stessa nel tempo che passa


Epilogo Uscite 2017
Passeggiata alla casa con l'Arco di Oreste Sabadin
Letture da: Italo Calvino, Le città invisibili

Casa del tempo, di Roberto Piumini, Roberto Innocenti



Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (letto da Elisa Breda)

13 giugno 2017

PASSEGGIATA RIGONI STERN - MONTE ORTIGARA

«E se per loro c'erano i confini a che cosa servivano se con gli aeroplani potevano passarci sopra? e se non c'erano confini in aria perché dovevano esserci sulla terra? E in questo "per loro" intendeva tutti quelli che i confini ritenevano cosa concreta o sacra; ma per lui e per quelli come lui, e non erano poi tanto pochi come potrebbe sembrare ma la maggioranza degli uomini, i confini non erano mai esistiti se non come guardie da pagare o gendarmi da evitare. Insomma se l'aria era libera e l'acqua era libera doveva essere libera anche la terra».

Quarta uscita - 4 giugno 2017 
Passeggiata sui luoghi di Mario Rigoni Stern

 Letture da: Storia di Tönle (1978)


«Dal margine del bosco, guardingo come un animale selvatico che aspetta l'imbrunire per uscire allo scoperto, guardava la sua contrada, e il paese laggiù, dentro lo slargo dei prati.  Il fumo odoroso della legna si scioglieva nel cielo rosa e violetto dove le cornacchie volavano a gruppi, chiamandosi.
La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. Il nocciolo dal quale era nato l'aveva posato lassù un tordo sassello tanti anni prima espellendolo in volo e l'umore di una primavera l'aveva fatto germogliare perché un suo avo, per difendere l'abitazione dalla pioggia e dalle nevi, aveva steso sopra la copertura altra paglia, sicché quella sotto era diventata humus e quasi zolla. Così il ciliegio era cresciuto.
Tönle Bintarn, guardando, ricordava che da ragazzo, dopo la mietitura della segale, si arrampicava dalla parte della stalla dove il grande tetto quasi si unisce al declivio del monte e a una a una piluccava tutte le piccole ciliegie dolcissime e nere prima che i merli e i tordi venissero a metterci  il becco: erano come il miele e per giorni la tintura del  loro succo gli restava sulle mani e attorno alla bocca, e l'acqua del Prunnele non riusciva a toglierla. Ma d'autunno il rosso pastello delle foglie si notava anche dalla cima del Moor, come un'orifiamma che ingentiliva e distingueva tra le altre la povera casa»



«Fu così che un suo lontano parente gli procurò un lavoro come giardiniere nel castello di hradcany, nella Malà Strana. Avrebbe potuto starsene lì a tempo pieno ... ma quando sui giardini e sui tetti di Praga scese la prima neve sentì impellente il bisogno di ritornare a casa. Non per niente nel nostro antico linguaggio Bintarn equivale a invernatore. E una grande nostalgia lo colse; la nostalgia di quel magro ciliegio selvatico sopra il tetto e di quello che era raccolto sotto i quattro spioventi di paglia: come c'erano delle forze che lo spingevano ad andare in primavera, così c'erano quelle che lo facevano ritornare alla fine dell'autunno: forze superiori a ogni volontà come l'avvicendarsi delle stagioni, le migrazioni degli uccelli, il sorgere ed il calare del sole, le fasi della luna».


«Quella del 1915 fu dalle nostre parti una primavera molto bella, la neve, con le piogge di marzo, si era sciolta molto in fretta, e pareva proprio che più di ogni altro anno passato la chiamata della primavera con suoni dei campani e i falò sullo Spilleche e sul Moor avesse svegliato in anticipo la vegetazione.  Appena la neve se ne fu andata per i mille ruscelli, tutti i prati si vestirono di bianchi crochi subito visitati dalle api, e a metà aprile i larici avevano fiorito con il canto dell'urogallo: ai primi di maggio misero la veste anche i faggi: un bel verde lucente che spiccava sul nero degli abeti; il ciliegio sul tetto era come un vezzo sui capelli di una fanciulla, o una nuvola fiorita: i petali si staccavano dai rami ancora nudi come leggere farfalle e si posavano dondolando sulla paglia che pur essa sembrava rinverdire».



7 maggio 2017

PASSEGGIATA ZANZOTTO: ARQUÀ PETRARCA - PIANORO MOTTOLONE

«Muoversi, formicolare, stare negli Euganei e glissare di là in tutte le direzioni del cosmo, cogliere i possibili della tortuosità di una o dieci stradine su dieci diversi orizzonti e assaggiare la sana festosità e la pacatezza dei tanti olivi e dei tanti olii sufficienti ad alimentare per sempre lucerne interiori e fluidità di fantasie. E presto ci si trova invischiati dolcemente e acremente in successivi paradisi, accordati col corpo geologico e coi 30-35 milioni di anni che gli inarcano le spalle, col gregge indisciplinato dei colli-monti che finiscono per modularsi in labirinto» (da: Luoghi e Paesaggi, 1997)

Terza uscita - 6 Maggio 2017 
Passeggiata sui luoghi di Andrea Zanzotto 

 Letture da: Luoghi e Paesaggi di Andrea Zanzotto (2013)



Da IX Ecloghe, 1962 
Notificazione di presenza sui Colli Euganei 

Se la fede, la calma d’uno sguardo
come un nimbo, se spazi di serene
ore domando, mentre qui m’attardo
sul crinale che i passi miei sostiene,
se deprecando vado le catene
e il sortilegio annoso e il filtro e il dardo
onde per entro le più occulte vene
in opposti tormenti agghiaccio et ardo,
i vostri intimi fuochi e l’acque folli
di fervori e di geli avviso, o colli
in sì gran parte specchi a me conformi.
Ah, domata qual voi l’agra natura,
pari alla vostra il ciel mi dia ventura
e in armonie pur io possa compormi.

Da Luoghi e paesaggi (1997)
«Un giorno di grigia primavera ci si aggirava in auto lentamente entro la ressa delle figure tutte, pur se vagamente coniche, tondeggianti, quando ad una svolta ci si pararono davanti tre coni geometricamente perfetti, protesi, impeccabilmente appuntiti, di un colore lavico-cinereo da lasciarci di sale. Apparivano, "erano", quei coni, sicuri di una loro nobiltà garantita dai milioni di anni, noncuranti eppure alquanto subdoli, da figli dell'impossibile. "Ecco la Trimurti Euganea!": In Marco e in me si era annunciata simultaneamente questa folgorata, secca sorgente del divino, presente da sempre eppure solo in quel momento manifesta.  
Oreste Sabadin alla lettura 
Rimasti a lungo in contemplazione e vorrei dire in preghiera, decidemmo di ritornare con più calma e prestissimo sul luogo. Buttai giù uno schizzo approssimativo che rincorreva invano l'esattezza ripida e severa, la superbia sottile e capricciosa di quelle  entità. Ritornammo tante volte e non le rincontrammo più. Pareva che... ma no... si affacciavano somiglianze parziali, graffi di delusioni. Non restava che sperare in un altro tic degli dei. In realtà questi sono fenomeni che si formano continuamente in qualunque sito, specie tra i monti: vi interferiscono di continuo ore, luci, stagioni, minuzie che ci fanno desolatamente sentire come nulla vi sia di stabile, come tutto cambi anche se immoto, perché tutto è proiettato all'irraggiungibile in sé. E così avviene a maggior ragione per l'animo umano, i volti umani anche i più amati; tutti sono i soliti uno-nessuno-centomila, tutto era e sarà paesaggi diffratti e ricomposti a colpi d'ala o soffi più o meno ludici, più o meno carezzevoli o maligni. E Yves Bonnefoy torna a dirci che "i luoghi, come gli dei, sono i nostri sogni"».

Pianoro del Mottolone

Francesco Petrarca
da: Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta

Solo et pensoso i piú deserti campi 
vo mesurando a passi tardi et lenti, 
et gli occhi porto per fuggire intenti 
ove vestigio human l’arena stampi. 
Altro schermo non trovo che mi scampi 
dal manifesto accorger de le genti, 
perché negli atti d’alegrezza spenti 
di fuor si legge com’io dentro avampi: 
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge 
et fiumi et selve sappian di che tempre 
sia la mia vita, ch’è celata altrui. 
Ma pur sí aspre vie né sì selvagge 
cercar non so ch’Amor non venga sempre 
ragionando con meco, et io co’llui.


Giardino di casa Petrarca

Andrea Zanzotto 
 Da: Dietro il paesaggio 

Nel mio paese 

 Leggeri ormai sono i sogni,
da tutti amato
 con essi io sto nel mio paese,
mi sento goloso di zucchero;
al di là della piazza e della salvia rossa si ripara la pioggia
si sciolgono i rumori
ed il ridevole cordoglio
per cui temesti con tanta fantasia
questo errore del giorno
Campi di Rosmarino
e il suo nero d'innocuo serpente
 Del mio ritorno scintillano i vetri
ed i pomi di casa mia,
le colline sono per prime
al traguardo madido dei cieli,
tutta l'acqua d'oro è nel secchio
tutta la sabbia nel cortile
e fanno rime con le colline
 Di porta in porta si grida all'amore
nella dolce devastazione
 e il sole limpido sta chino
su un'altra pagina del vento.


Marotei, de matina bonora 

Grune de fen
che i par bar
color de fer
qua e là
pa’ i pra
Il Borgo di Arquà Petrarca
rasadi de rossada
stech e fii
de erbete
ingattiade strigade
deventade storte
deventade morte
deventade sgonfie
deventade stonfe
deventade deventade deventade


Da Idioma
Onde éla la Urora e i buzholà
e le caròbole e i sòrboi che la ghe vendéa
ai cèi par diese schei: che marcà
al festa, drio vespro, che i ghe féa!
Su'l fornelet sora'l balcon podà
intant la so zheneta la bojèa:
ma i tosatea un dì drento inte'l brodo
un zochet de morer i ghe 'vea mes
e ela col piron catando dur co l inpiréa:
"A che temp, la diséa, che son tiradi ades"                                  
                                                                                                   Foto di Rosa Anna Caprioli

22 aprile 2017

PASSEGGIATA PARISE: DA PONTE DI PIAVE A SALGAREDA

«Riflettevo: alla sublime bellezza di Capri, all’emozionante vita a New York, alla dolce Parigi, alla bellezza del Mediterraneo con il suo mare e coste su cui scorre la voce delle sirene e mi chiedevo, non senza turbamento: che cosa mi inchiodava sempre più spesso a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine?»


Seconda uscita - 22 Aprile 2017

Passeggiata sui luoghi di Goffredo Parise e Lorenzo Capellini

Letture da Veneto barbaro di muschi e di nebbie di Goffredo Parise (2009)


«A pochi metri, su un altro salice picchia il picchio, con quel movimento del becco come la piccozza del minatore o dello scalatore di vette. Le rane cantano dentro piccoli stagni e ruscelli che si gettano nel Piave, le lepri, all'alba giocano all'amore in coppie, in piedi, una rivolta verso l'altra come danzando, un alveare naturale si è formato tra i due vetri di una finestrella e da un giorno all'altro, un grosso gufo è sceso dal camino in una frana di fuliggine odorosa, le lucciole girano e il sapore del mare quando è scirocco giunge ad avvertire che la partenza, se voglio, può essere imminente oppure no, a seconda dell'estro».


«Vorrei una casa con qualche rumore di gocce di pioggia, qualche difetto legato alle intemperie, una donna o una moglie vagamente elastica nella carne, come un palloncino, magari, chissà, anche un figlio, meglio figlia. Che ci fosse carenza di ombrelli nella casetta, e fosse qualche volta un po’ fredda d’inverno (ma da poter rimediare). Che potesse dare un senso di regressione, come dicono oggi, di memoria e di ricordo, come si diceva ieri. Che si lavasse biancheria in questa casa, e si stirasse e si udissero voci e anche proteste (passeggere però). Dove si potesse respirare però il senso del tempo, sia atmosferico, sia psichico. E così, ma senza troppe scosse, diventare vecchi e morire in una giornata di vento, au plus tard!».

12 marzo 2017

USCITA IN SOLITARIA. GIRO AD ANELLO RIFUGIO SENNES

 Uscita in solitaria - 11-12 marzo 2017
Località Sant'Uberto (Cortina d'Ampezzo), Malga Ra Stua, 
Rifugio Sennes, Rifugio Fodara Vedla e ritorno 


Dopo aver conosciuto Lorenza Stroppa, editrice e curatrice della "Piccola filosofia di Viaggio"  di Edicilo Editore, ospite in Libreria Morelli 1867  Venerdì 10 Marzo, ho infilato il libro appena acquistato e l'ho fatto uscire dalla Libreria per sentire il sole e il blu della montagna.


Letture da: L'incanto del Rifugio di Enrico Camanni (2015)"Che cosa ci aspetta? Domani si vedrà. Sono le solite domande che precedono l'ascensione. I Rifugi e i bivacchi ne sono pieni, rimbombano di quelle divinazioni. Preghiere per chi ha fede e scongiuri per chi non ne ha. Nei rifugi degli alpinisti ci si addormenta ogni sera con l'ombra del dubbio, confidando che l'alba provvederà a sciogliere il sonno e l'incertezza. La notte è un passaggio obbligato che separa le timidezze della vigilia dalla smania del nuovo giorno"


"L'arrivo ad un rifugio di alta montagna" osserva Guido Rey, "è una delle più dolci emozioni della vita alpina; la vista delle esili pareti, del fragile tetto in mezzo alla durezza delle rupi, ispira un senso di infinito di sicurezza e di pace; s'acqueta l'ansia della salita, ed è sospesa l'inquietudine per il giorno avvenire: il nostro cuore si apre alla tenerezza come quando, dopo un lungo viaggio, poniamo il piede sulla soglia sicura della nostra casa, e l'animo si colma di gratitudine per chi ha costruito l'ospizio"

"C'è un momento perfetto nella liturgia del rifugio: quando si ritorna dall'ascensione. Posate le armi si gettano via gli scarponi, si rimboccano le maniche e si siede scompostamente sulla panca a ricevere i complimenti del sole, con un boccale di birra nella mano e il vuoto dentro la pancia. Senza più pensare, senza più desiderare, senza più dover dimostrare".

"In contrade mai viste - si racconta - Alpi immortali guardano dall'alto, sfiorando col berretto i firmamenti, coi sandali sfiorando la città" 
E. Dickinson




Nota dell'escursionista: Date vita ai libri!




21 febbraio 2017

PRIMA USCITA. GIRO AD ANELLO RIFUGIO ANTELAO

I Monti Pallidi sono definiti così per il loro colore dovuto alla conformazione rocciosa della dolomia costituita da carbonato doppio di calcio e magnesio. A noi piace pensare però che siano i nani che nelle notti di luna piena filano raggi candidi e avvolgono le montagne di un'incantevole luce. 


Prima uscita, 19 febbraio 2017. Giro ad anello Rifugio Antelao
Letture da Fabro. Melodia dei monti pallidi di Francesco Vidotto (2016)


«Gioacchino era un uomo buono e, per questo, pieno di debiti. Faceva il maniscalco e lavorava il ferro. Aveva una piccola bottega in paese e non riusciva a dire mai di no per cui, quando gli capitava un cliente senza una lira bucata ma con un mulo zoppo, lui lo ferrava meglio di un purosangue, si grattava con gusto in mezzo alla testa, come a scombinare i pensieri e saldava il tutto con una stretta di mano. Ad ogni buon conto quel giorno, alle quattro suonate e con in corpo più vino che sangue, si ricordò che il Comune chiudeva. Uscì dall'osteria, abbracciò tutti quanti e barcollò lungo la strada fino di fronte al grande edificio bianco, proprio in piazza. Entrò, salì incerto le due rampe di scale e bussò a una porta di legno. 
"Buongiorno Gioacchino" lo salutò l'impiegato che lo conosceva benone.
"Buongiorno" farfugliò papà. 
"La sai la novità?" 
"A dirla tutta no." 
"E allora te la dico io...sono padre!" 
"Rosetta ha partorito? Che bella notizia." 
 "Già e vorrei registrare mio figlio." 
"Ne sono felice" si complimentò l'impiegato mentre apriva un grande registro con la copertina di cuoio scuro. Lo sfogliò fino alla prima pagina libera, ci scrisse la data, annotò il nome e il cognome di Gioacchino e il nome e il cognome di Rosetta e infine guardò l'amico che se ne stava in equilibrio precario sorridendo e attese. Gioacchino non disse nulla. Nemmeno lo guardava. Dio solo sa quali pensieri avesse per la testa. Trascorsero così forse due minuti. 
"Allora?" 
"Allora cosa?" 
"Allora come si chiama. Devo registrare il nome del bambino".
Gioacchino rimase di sasso. "Il nome del bambino" pensò, "il nome di mio figlio, certo" Ma nessun nome gli sovvenne. Stava per dire che non lo sapeva. Che sarebbe corso a casa a domandare e ritornato subito con la risposta, ma che figura ci avrebbe fatto? Un padre che non conosce il nome del figlio. Era cosa che poteva accadere, certo. Ma non a lui. Così, fermo in quell'ufficio, con i piedi ficcati in un paio di scarponi troppo adoperati, Gioacchino cercò di fare una cosa che non gli era mai riuscita: immaginare. Provò a pensare ad un nome. Uno qualsiasi purché fosse bello. Un nome da uomo. Un nome forte, deciso e facile da ricordare. Si sforzò di pensare a queste cose ma non accadde niente.
"Gioacchino, qual è il nome di tuo figlio?" insistette l'impiegato comunale. 
"Si chiama..."balbettò lui "mio figlio si chiama..." ripeté per prendere tempo mentre una confusione di lettere turbinava nella sua mente. Poi, d'improvviso, un'immagine venne a galla dal buio: era l'insegna della bottega. C'era scritta una parola soltanto, color rosso scuro su di una parete a calce. Quella parola era: FABBRO. Gioacchino, in quell'ufficio comunale, si fece chiaro come il sole a primavera. "Si chiama Fabro" concluse. 
"Come il mestiere?" domandò l'impiegato stranito. 
"Sì" rispose mio padre, "come il mestiere, ma con una b soltanto" anche se di lettere poteva capirne quanto un cacciatore di ortaggi».
(p. 17)

C'era un armadio chiuso sulla destra con accanto un inginocchiatoio e in fondo, proprio a ridosso della parete, la tastiera nera e bianca di un pianoforte. Se ne stava l' ordinata e in silenzio con di fronte un uomo. Gli vedevo le spalle e i piedi, ficcati nel legno dello strumento sopra due grandi pedali di velluto rosso. Sedeva composto con le braccia ripiegate all'altezza dei gomiti. Sopra di lui una grande finestra in vetro e piombo lasciava trasparire il cielo, i boschi e la roccia verticale. Quel tale era intento a leggere uno spartito. Si chinava in avanti come non ci vedesse per niente piazzando il naso a un palmo dalla carta, poi si rimetteva composto con la schiena diritta e sospirava. Sporgeva le mani sui tasti ma subito dopo ritornava alle note scritte. Finalmente, dopo qualche maldestro tentativo, si decise. Mosse i piedi per primi. Uno dopo l'altro. Su e giù, su e giù. Sembrava che lo strumento avesse polmoni propri. In spirava ed espirava a fatica. Pareva antico di mille anni. Misi a fuoco le cime al di là del vetro e, per un attimo, quell'aria mi parve il respiro del bosco. Somigliava al vento quando accarezza i rami. Me ne innamorai. Rimasi imbambolato fino a quando il ragazzo suonò le prime note. Una melodia sacra, simile a quella che si ascolta alla messa, venne a galla timida. Ballava nell'aria. Tremava. Quella musica sola aveva una voce tutta differente da come ero abituato a sentirla la domenica. Usciva dalla stanza e s'arrampicava sulle pareti di pietra e saliva alta fino agli affreschi del soffitto. Non c'era angolo che non ne fosse pervaso ed entrava anche dentro di me. Vibravo con lei. L'ascoltavo con gli occhi, con il naso, con i capelli e con il pensiero. Ciascuna nota era un brivido. Smisi di spiare il musicista e rimasi solamente seduto per terra con lo sguardo perduto tra i dipinti che d'incanto avevano un senso e ballavano immobili quella melodia. Mi parve di ascoltare qualcosa che era scritto da sempre e che mai avrei saputo spiegare. Riconoscevo i suoni uno per uno. Avrei quasi potuto chiamarli per nome. Intuivo i fraseggi, li anticipavo, e li mimavo con lo sguardo. Seduto su quel pavimento freddo, riconobbi la voce della montagna che da sempre mi parlava». 
(p. 59)

Ci incamminammo che il sole doveva ancora sorgere. Non c’era luna ma solo il cielo terso di stelle. A guardare in su vedevo la cima dell’Antelao ormai bianca che si disegnava nel cielo e più sopra solamente il buio. Il freddo si infilava dentro i pantaloni di stoffa leggera e saliva fin allo stomaco e i denti battevano che li sentiva il Zoc. “Hai freddo.” “No.” E non dicemmo altro per tutto il viaggio. Qualche tempo dopo il sole fece capolino dietro il Montanel. Il nero all’orizzonte divenne azzuro, le stelle sfumarono e i primi raggi superarono le cime e inondarono la vallata del Cadore di luce dorata e l’Antelao e Picco di Roda si fecero rosa e bianchi di neve. Io guardavo quel miracolo a cui non mi abituavo mai. In montagna, per quel che succede, c’è la bellezza che ti tiene su. Alla fine il sole si alzò e senii il suo calore sulla schiena e smisi di tremare. Proprio allora entrammo nell’ombra del bosco e il ghiaccio tornò. Percorremmo di buon passo un sentiero che prima ci condusse sopra Valle di Cadore e poi diritto a Cibiana costeggiando le vecchie miniere del ferro. Mentre menavo le gambe veloci dietro al passo svelto del Zoc guardavo queste voragini aprirsi nel muschio e scendere giù nel centro della terra. 
 (p. 65)